Cultura STAMPA

L’ascesa al trono del re Renato Zero

Una mostra dedicata all'artista in scena a Roma, nei padiglioni della Pelanda al Macro Testaccio, fino al 22 marzo
L'ascesa al trono del re Renato Zero

Stufi del dizionario criminale alla Carminati ci si infila dentro il tendone glamour di Renato Zero, un altro re di Roma, a cui è dedicata una mostra fino a marzo. Che poi parafrasando Woody Allen, con tutti questi re di Roma chissà dove metteremo i troni. «Roma sembrava un’enorme coperta sporca tempestata di luci» scriveva Ammaniti in Che la festa cominci e allora se ritornano gli anni Settanta con #MafiaCapitale, ritornano pure i lustrini di Renato Fiacchini. Per il trono di Zero la società Tattica che produce la mostra ha scelto i larghi e alti padiglioni della Pelanda a Testaccio. Tattica è anche la srl che detiene i diritti di tutto il repertorio sorcino, quindi la mostra è quasi autarchica, ma Zero ha sempre fatto da solo, persino i biglietti dei suoi primi tour erano realizzati da lui.

All’ingresso della Pelanda campeggia un grande manifesto con Zero in primo piano col viso magro e scavato, zigomi alti, make up, rossetto, sopracciglia glitterate e una corona sui capelli fatta di denti di cavallo. La foto è ovunque per Roma ma potrebbe pure stare sulla copertina di Blood and Glitter di Mick Rock che fotografò la stagione glam dei vari Bowie, Reed, Bolan, Curry, Mercury.

Su ebay il manifesto è già un cimelio perché tutto quello che rimanda a Zero oscilla tra reliquia e santino.

Copertine, interviste, locandine, citazioni, versi, polemiche e dichiarazioni, disegni per costumi e vestiti di scena, demo, video, installazioni, appunti, dischi, manifesti, ritagli, e poi la radio, la tv, il cinema autobiografico di Ciao Nì e quello d’autore con Fellini: «Ho fatto due film e mezzo con Fellini, Satirycon, Casanova e un pezzo di Roma, poi me ne sono andato. Non solo per i soldi – con lui guadagnavo 250 mila a notte, come cantante 3 milioni – ma perché mi sembrava di tradire il mio pubblico. Con Fellini si lavorava non per andare sullo schermo, dove dovevi dire “Ah mà, sò quello, quello dietro il mascherone”, ma per stare con lui, che trasformava Cinecittà in piazza Vittorio, con quella che gli sbucciava l’arancia e quell’altra che gli rammendava il calzino».

Tutto viene messo in mostra per raccontare l’ascesa al trono di Zero, una bussola sul muro indica i punti cardinali della mostra e del Renato glam: Dio, sesso, Roma, ultimi.

Non fu facile all’epoca, c’era la fila per diventare re di Roma: Claudio da Trastevere disse chiaro, «io so Villa, lui è Zero». Ma Renato Fiacchini voleva sfondare, cantando lenzuola strapazzate e doppie identità, fondendo candelabri kitsch con le luci strobo del nuovo sabato sera, conquistando madri di famiglia e creature della notte. Mica poteva accontentarsi di ospitate o di un ruolo da marginale, del resto «il sogno di Renato è sempre stato affacciarsi dalla finestra a piazza S. Pietro, voleva essere il Papa» disse la Bertè una volta.

Insomma si celebra il re dei sorcini, l’esibizionista che creò il fanatismo dei suoi seguaci – i cazzotti in fila per entrare nei suo tendoni Zerofolli, i bagarini che rivendevano i biglietti a 15mila lire (70 euro), compresi tagliandi falsi – il trascinatore per niente sexy eppure magnetico, potente, senza incertezze come a dire “qua sopra ci sto io”, l’apostolo di se stesso, un po’ front man eccentrico, un po’ predicatore del popolo.

Si immortala lo Zero venuto fuori armato di tutto punto come Minerva, col suo mascherone sfrontato e ambizioso ma sempre familiare e coinvolgente: un sondaggio di TV Sorrisi e Canzoni del 1976 incastonato in un pannello racconta l’altra faccia dei fischi e degli insulti degli inizi: «Secondo i risultati di un’indagine condotta dal sociopsicologo Ferench Schuch e dalla Infrates, il 37% crede che il cantante faccia l’amore con uomini e con le donne, il suo abbigliamento è visto con occhio tollerante dalla stragrande maggioranza il 91%. Renato piace tantissimo alle donne 87% e molto agli uomini 70% . Il 61% degli uomini lo trova simpatico».

Sul palco della Pelanda sale lo Zero con la valigia di trucchi e di vestiti sempre aperta, con la gavetta dei camerini: Don Lurio lo fa ballare come saltuario di Rita Pavone, a 15 è già un aficionados tra il pubblico di Alto Gradimento. «Eravamo molto giovani, molto penalizzati dalla Rai e dai sindacati che non permettevano a quell’età di poter esercitare un mestiere in televisione. Oltre al fatto dell’età c’era anche il fatto che non ero un ballerino di fila, facevo di testa mia allora, Don Lurio, Pergola e gli altri mi scaraventavano sempre nell’ultima postazione». E quella dei marciapiedi ma sempre le idee chiare fin dall’inizio, col carrozzone del circo costruito solo su di sé passo dopo passo fino gli exploit: il tour di “Tregua” finiva con Zero sopra una biga trainata da un cavallo bianco, in piedi a salutare la folla in delirio, una via di mezzo «tra Wanda Osiris e un ayatollah» – a proposito: dov’era Alberto Arbasino dei ritratti italiani sempre a lamentarsi della vita che fu? – quanto alle atmosfere Zero le indossava da casa, cambiandosi nei portoni della Montagnola dove la famiglia Fiacchini che abitava a via Ripetta fu spostata, perché un tempo la Grande Bellezza era da fuggire «il trasferimento dal centro alla periferia sembrava una promozione sociale, ci avevano promesso il bagno in casa, basta cessi sul ballatoio e tremori di freddo negli inverni gelidi, che a gennaio ti bloccavano l’uretere e per liberare le acque dovevi aspettare primavera, siamo stati inchiappettati al pari di altri migliaia di romani».

Neo-borgataro ma nessun pugno chiuso: «Io non sono come Bennato o altri come lui, che parcheggiano la grossa cilindrata a un chilometro dal locale alla moda e che si fanno raccogliere con l’auto-stop. L’ho raccolto io con lo zaino per andare a fare una serata e prendere 13 milioni a percentuale. Io non sono un compagno, ma questi lo sono meno di me».

Via dunque il sessantaquattrenne posato e sobrio, si torna ai fasti dello Zerofolle, performer, body artist, imprenditore del tendone autonomo e itinerante di “Zerolandia”, popstar nazionalpopolare senza dover attendere rinascite e seconde vite, il divo delle balere, dei locali più o meno agibili, dei palcoscenici improvvisati – uno glielo organizzò Vasco Rossi da Zocca – delle trattorie e pizzerie per nottambuli, passando spesso per le mani di guitti e maleodoranti impresari.

Lo Zero diventato star dei rarissimi locali della Roma medievale, Titan, Kinky, Kilt, e poi il Piper: «Se fissi l’ingresso del Piper oggi guarda bene c’è ancora Renato Zero che in fretta e furia si infila giù per i gradoni schivando i gavettoni d’acqua che le vecchie borghesi del quartiere gli gettano addosso, ma tu non pensare a David Bowie, era più Gloria Gaynor, un mascherone con i lustrini schifato dai fricchettoni che non seduceva nessuno e rassicurava le mamme» mi dice un accompagnatore un po più grande.

Largo dunque all’icona trasversale e bizzarra ritratta da Arpad Kertesz sulle copertine dei dischi, mezzo Pierrot Lunaire malinconico, mezzo mago sfarzoso o più semplicemente trasformista, ma già tutto Zero fin nei dettagli, «dieci anelli e mantello di raso, quanto basta per gridare allo scandalo» scriveva il biografo Dario Salvatori in una delle prime agiografie sorcine, un personaggio che procedeva forsennato per la sua strada «dispostissimo a tutto».

Per esporre tutto non sarebbe bastata la Pelanda, per questo la mostra rimane solo un campione molto eterogeneo dello sterminato deposito di memorabilia, archivi, collezioni e rarità. Il feticismo è comunque rispettato, anche se è passata l’epoca in cui ci si stupiva di tutto, ma la mostra non mozza il fiato perché per contenere la debordante energia di Zero si è usato un concettualismo un po’ ibrido e fumoso.

D’accordo il fanatismo dei sorcini ma quello dei curatori è peggio. C’è un’aria di ovattata serietà, manca qualcosa, di tanti fregolismi di Zero manca la zampata verace degli organizzatori, non metaforica né poetica né onirica.

Paolo Zaccagnini chiuse un pezzo sull’ennesimo tour di Zero citando un ragazzo che tra gli applausi del pubblico a fine concerto aveva strillato con tutta la sua voce “a Renaaaaaà, limortaccituaaa”, a mo’ di complimento.

Una cosa del genere insomma, invece nella prima sala della mostra ci si imbatte in un enorme display con un feto immerso nella placenta, stile Teardrop dei Massive Attack. Sono le origini di Zero, il Dna, l’unicità della vita di Re-Nato gioco di parole per accennare alla trasfusione di sangue che gli salvò la vita – si dice di un prete.

Il primo passaggio obbligato della mostra è quello delle origini, riservato ai padri nobili di Renato Zero per soddisfare il mito della Storia: ovviamente Pasolini, ma pure Silone, Wilde, Virginia Woolf con frasi sulla libertà e l’anticonformismo. E poi le foto del contesto della gavetta del giovanissimo Renato e le gabbie da cui uscire: il boom e l’Italia perbenista, la periferia della Montagnola.

Ma poi dopo la sbornia di costumi e lustrini si entra nel lungo cunicolo degli anni bui, voci che escono dal soffitto, interviste e dichiarazioni che s’accavallano, riflusso e incertezze, crisi e spalle al muro, un tunnel che porta a un brusco salto temporale, anche musicale, fino a oggi.

Fino alla sala della coscienza di Zero, divenuto maestro indiscusso. Sulle mura uno zodiaco con tutti i titoli delle canzoni, in un grande display gli aforismi della saggezza sempre veraci e sferzanti, «Mia madre poteva farmi più bella ma non più fijo de na mignotta», «Se mi avesse conosciuto Zingarelli avrebbe redatto un altro vocabolario», «Psichiatri psicanalisti, psicologi, lasciateli perdere c’hanno tutti la Porsche», «in certi casi è meglio che le mutande tacciano», «La chirurgia estetica? Già è pieno di gente col parrucchiere privato, l’imbalsamatore mi pareva troppo».

E poi la cappella Zero, «prego, entri pure, c’è la voce di Renato Zero», un cubo nella sala, una camera buia tutta a specchi, con lampadine colorate che scendono giù a filo fitte fitte e s’illuminano con la voce di Renato.

Siamo nel regno della sovrastruttura, non si balla più, si spiega, si osanna. Il grande zoo del glamour è ormai alle spalle. Le luci sono rimaste nelle gabbie della mostra, lasciando per Roma solo la coperta sporca.

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  • giorgio

    la mostra su zero alla pelanda è squallida, un museo comunale potrebbe ospitare altro e magari una mostra su cantanti e calciatori potrebbero riservarla in altri locali del comune. ma si deve fare cassa…
    in ogni caso, l’apporofondimento può essere utile per i sorcini, ma mi sembra più un pezzo di sfoggio di bravura stilistica del giornalista che interessante come tematica. eppure la mia generazione (’68) l’ha sentito con piacere, ora è diventato patetico.

    • massimiliano

      Caro Giorgio ,la tua ignoranza mi spaventa colui di cui parli ha fatto un epoca e una storia a livello di moda,pensiero civico,musicale,idealistico .se oggi in italia certi valori non esistono forse e grazie anche alla vostra generazione occupata per anni a disfarsi dalle canne e bravi solo a imitare i beatles o gli stone .Renato se non altro era inpegnato a farla sul serio la sua battaglia artisticamente:e ha lasciato inpronta

      • massimiliano

        E aggiungo meglio la mostra di zero che pitti immagine

        • giorgio

          allora, non ho detto che renato zero non abbia la sua importanza, non esageriamo. ho detto che per me un museo comunale di arte contemporanea potrebbe ospitare artisti giovani o meno, ma non mostre come questa, che è stata pensata bene ma allestita male e fa squallore. non c’entra con il valore di Zero. in ogni caso, la mia generazione non è fatta solo di accannati o imitatori dei beatles e soprattutto sono NATO nel ’68, non l’ho fatto. mi sono spiegato male?? anyway, il giornalista ci ha dedicato troppe involuzioni letterarie inutili (contorte come sempre), la mostra non merita. poi se ci sei andato tu a lasciare una inpronta con la N, buon per te. ciao.