Cultura STAMPA

Tra Eduardo e Pirandello una questione di famiglia

Un saggio di Dario Tomasello, edito da Carocci, si concentra sulla tormentata e inquieta dimensione “familiare” del rapporto tra i due maestri del teatro italiano novecentesco
Tra Eduardo e Pirandello una questione di famiglia

Certo in questi giorni, proprio in questi giorni, recensire un libro Carocci, un saggio specialistico, può sembrare quasi una presa di posizione e, in qualche modo, lo è davvero. Forse, al di à di quel che si è detto e scritto delle recenti vicende aziendali di Carocci, occorrerebbe che il nostro paese e chi lo guida in ogni campo (non solo la politica, ma anche l’imprenditoria) si rendesse conto, e rendesse operativa questa consapevolezza, che “specialistico”, nella produzione artistica e in quella intellettuale, vuol dire prezioso e che solo scommettendo su ciò che è prezioso si può ancora costruire valore e ricchezza per il futuro.

Piccola, ma necessaria, premessa per raccontare, quasi provocatoriamente dunque, una delle ultime uscite della saggistica universitaria di Carocci, ovvero Eduardo e Pirandello, una questione familiare nella drammaturgia italiana di Dario Tomasello, giovane e valente italianista siciliano dell’Università di Messina, che si segnala non solo per l’attenzione accademica alle vicende della drammaturgia italiana novecentesca e contemporanea, ma soprattutto per quella rivolta alla complessità della concreta prassi teatrale, on stage, che lo ha portato in questi anni a occuparsi, da studioso e da critico militante, soprattutto del teatro siciliano moderno e contemporaneo.

copertina tomaselloNel merito di questo nuovo saggio è da rilevare l’attenta, informata e pazientissima auscultazione incrociata di diverse pagine e opere di Pirandello (a partire dalla visionaria lettera del 4 dicembre 1887 in cui il drammaturgo, appena ventenne, afferma di voler conquistare il teatro drammatico) e di Eduardo De Filippo (Questi fantasmi e Sik Sik, l’artefice magico, su tutte): una lettura che si concentra a sondare la tormentata e inquieta dimensione “familiare” del rapporto vitale tra questi due maestri del teatro italiano novecentesco, personalità così diverse e tuttavia pur così legate: «Il Pirandello perennemente alla ricerca di figli, in guisa di personaggi o allegorie fantasmatiche che offrano un risarcimento alla vita, incrocia l’Eduardo ansioso e disilluso, al contempo, riguardo alla paternità drammaturgica e naturale che lo riguarda. La famiglia diventa, non a caso, il nodo delicato del cortocircuito delle due rispettive poetiche, articolando una riflessione disincantata e algida in Pirandello e farsesca o nostalgica in Eduardo».

Il tutto per giungere, capitolo dopo capitolo, alla conclusione che: «La distinzione tra la poetica di Pirandello e quella di Eduardo si basa essenzialmente sull’incolmabile divario scaturito da una visione della pratica teatrale: all’insegna dell’insofferenza per Pirandello e fonte di consolazione per Eduardo. Si potrebbe dire, anzi, che tutto ciò che risulta meta-teatrale in Pirandello, diventa intra-teatrale in Eduardo. Non si tratta di un capzioso distinguo. Il discorso pirandelliano sul teatro può talora essere stato un discorso del teatro sul teatro, il discorso eduardiano è sempre un discorso del teatro al teatro».

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