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La vocazione maggioritaria è davvero finita?

Proporzionale o no, solo un partito in grado di parlare a una fetta ampia di elettori può fermare i populismi e attuare le riforme che servono al Paese
La vocazione maggioritaria è davvero finita?

La vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre ha avuto come reazione immediata la riesumazione di vecchi istinti proporzionalisti, mai sopiti in certi ambienti trasversali alle forze politiche e presenti anche all’interno dello stesso Pd. Una strada che Matteo Renzi ha immediatamente cercato di sbarrare, riproponendo come base di discussione per il varo della nuova legge elettorale il vecchio Mattarellum, lo stesso che inaugurò la Seconda Repubblica a impronta maggioritaria. Fin qui, sembra assistere a un episodio di Ritorno al futuro.

Sia che il tentativo del leader dem abbia successo, sia che le prossime elezioni vengano celebrate con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta sull’Italicum, è evidente che una fase si è chiusa. Di questo è consapevole lo stesso Renzi. Torneranno le coalizioni, le alleanze (forse perfino quelle decise solo dopo il voto, con gli elettori che andranno alle urne ignari di quello che accadrà), torneranno cespugli e partitini in grado di condizionare con il loro pugno di parlamentari le scelte delle forze maggiori. Era davvero questa la richiesta dei 19,4 milioni di elettori del No? Difficile dirlo, certo è questo quello che hanno ottenuto.

La domanda per chi ha sostenuto dall’inizio (e con sincerità) il progetto del Pd è piuttosto un’altra: ha ancora senso un partito a vocazione maggioritaria? Cioè, può il Partito democratico ambire ancora, in questo contesto, a rappresentare una porzione ampia di elettori, a far convivere al proprio interno linee politiche diverse ma convergenti, a coltivare un dialogo con tutte le forze produttive del Paese? O deve piuttosto rassegnarsi a ritrovare una propria constituency più ristretta (lo “zoccolo duro”) e a rappresentarne le istanze, appaltando ad altri il dialogo con il resto degli elettori di orientamento riformista?

Il tema è tutt’altro che teorico a ha molto a che vedere con l’organizzazione che il partito vuole darsi, con il programma che presenterà alle prossime elezioni, con la stessa classe dirigente e con le candidature che saranno messe in campo.

Nel contesto che abbiamo descritto, difendere la vocazione maggioritaria significa anche dare la possibilità ai Democratici di rappresentare il perno di un sistema politico che altrimenti rischia di finire alla mercé delle forze populiste, siano esse rappresentate dal disfattismo inconcludente dei Cinquestelle o dalla destra intollerante di Salvini. Per salvare il Paese da questa deriva, il Pd non può rischiare di ridursi a una forza marginale del 20-25%, costretta a fare i conti con alleanze eterogenee e ricattatorie, ma deve proseguire nella ricerca di un dialogo con quel 40,8% di elettori che lo votarono nel 2014 e con quei 13,4 milioni di italiani che, scegliendo il Sì al referendum, hanno voluto manifestare la propria volontà di cambiare nel profondo l’Italia e le sue istituzioni.

Da questi principi può ripartire la ricostruzione del Pd, della sua organizzazione al centro e in periferia, di una classe dirigente diffusa, della sua piattaforma programmatica, delle regole interne di convivenza. Se Renzi riuscirà in questa impresa non facile e se troverà a sostenerlo in questo un partito plurale ma leale, potrà tornare a palazzo Chigi con l’ambizione di continuare a cambiare il Paese e non solo per gestire difficili equilibri parlamentari e contrattare le virgole di ogni provvedimento.

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  • Marie

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