Interni STAMPA

La sfida ricomincia dal partito

A dieci anni di distanza, il Pd ha mantenuto molte delle promesse iniziali. Oggi è chiamato a immaginare una soluzione strutturale ai temi dell'apertura e della partecipazione
La sfida ricomincia dal partito

Il Pd è nato dieci anni fa con l’ambizione di rappresentare il “partito del Ventunesimo secolo”. Una definizione che concentra insieme l’aspirazione a dare finalmente una casa stabile all’elettorato progressista e riformista, dopo le diverse sigle che si sono succedute in quel campo dopo la fine della Prima Repubblica, e l’ambizione sin dal suo nome di far recuperare alla politica e al suo massimo strumento di partecipazione (il partito, appunto) la dignità e la centralità necessarie a tutelare, in primo luogo, gli strumenti della democrazia partecipativa.

Sin dall’inizio erano evidenti gli ostacoli immediati che si frapponevano alla realizzazione di quel progetto. Ed erano tanto più evidenti, quanto più il Pd si trascinava la pesante eredità dei partiti fondatori, che per diversi anni ha impedito la costruzione di un “partito nuovo” e ha perpetuato classi dirigenti, divisioni per quote, abitudini consolidate e vecchi rancori. Le dimissioni del primo segretario, Walter Veltroni, volevano alzare il velo su queste incrostazioni, che hanno provocato un rapido risveglio dal sogno del Lingotto.

In un percorso carico di difficoltà e contraddizioni, è maturata sotto traccia la comprensione di quanto siano cambiati nel tempo la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, il rapporto tra partiti, istituzioni e forze sociali, gli strumenti di selezione della classe dirigente, il ruolo e gli strumenti della comunicazione nella formazione dell’opinione pubblica.

Sotto molti aspetti, possiamo dire oggi che la promessa iniziale sia stata effettivamente mantenuta. La platea di iscritti, simpatizzanti ed elettori del Pd si è progressivamente ampliata, è in parte ringiovanita, è certamente mutata. Un cambiamento che non ha snaturato l’appartenenza del Pd al campo del centrosinistra, ma ne ha rinnovato l’ispirazione. Ha saputo interpretare con parole nuove e – una volta al governo – con i relativi provvedimenti, quei valori originari di solidarietà, inclusione ed equità che, oggi più che mai, devono animare l’azione politica nel mondo globalizzato. L’Italia ha ritrovato finalmente, grazie ai governi Renzi e Gentiloni, un proprio protagonismo in Europa, contribuendo a superare la fase della cieca austerity e a far maturare un approccio condiviso sulla questione delle migrazioni. Il Pd si è dimostrato uno degli argini più solidi che la sinistra occidentale sia in grado di opporre all’avanzata di una temibile destra nazionalista e populista, che si può presentare sotto diverse forme.

Può bastare tutto ciò a dichiarare la missione compiuta? Purtroppo no. Rimane ancora, infatti, un senso di fragilità in questa costruzione, che fa temere per la sua sopravvivenza. Una fragilità apparsa ancor più evidente dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso.
Il Pd si trova oggi di fronte alla sua sfida più grande: farsi compiutamente “partito”. Dare forma definita, cioè, a quella capacità di attrarre e animare nuova partecipazione, che è apparsa evidente in particolare in due momenti della sua storia: all’atto della sua fondazione e alle primarie del 2013. Rendere strutturale l’apertura a ciò che non è “altro da sé”, ma è comunque “fuori da sé”: cittadini singoli o organizzati che, anche rifiutando la rigida adesione a un partito, mostrano la volontà di mettere a disposizione delle proprie comunità di appartenenza (territoriali, professionali, associative, ecc.) energie e capacità, idee e strumenti per metterle in pratica.

Si tratta di immaginare una forma partito nuova, che nasca dalle ceneri del partito di massa, sappia leggere la complessità di quella “società liquida” ben descritta da Zygmunt Baumann e ne riesca a cogliere e sfruttare energie e potenzialità per elaborare risposte adeguate alle aspettative e ai bisogni dei cittadini.

È un compito da far tremare i polsi. Ma solo il Partito democratico può intestarsi questa prova. Dalla sua riuscita dipende la possibilità di contenere i rigurgiti populisti e antidemocratici, così come l’opportunità di offrire alla sinistra europea e internazionale un’esperienza capace di rafforzarla nel confronto con tutte le destre, nazionaliste e conservatrici. Dieci anni dopo, è arrivato il momento di provarci.

TAG: