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La squadra dem in campo, una svolta per Renzi (e non solo)

Nessuno può contare su una classe dirigente pari a quella del centrosinistra per competenza, serietà, coerenza. La campagna elettorale servirà a convertire gli elettori dal leaderismo del passato al nuovo corso proporzionalista
La squadra dem in campo, una svolta per Renzi (e non solo)

Mentre ancora la data delle prossime elezioni non è stata fissata (ma tutti, Quirinale in primis, sembrano orientati per le prime domeniche di marzo), il Partito democratico si trova nella difficile condizione di rincorrere. Lo dicono i sondaggi, lo ammette lo stesso Matteo Renzi, giustificando questo dato con “il fatto che gli altri sono in campagna elettorale mentre noi dobbiamo sostenere la responsabilità del governo e passiamo il tempo a litigare all’interno” (intervista al Corriere). Ma il segretario non si nasconde nemmeno che “il mio consenso personale non è più quello del 2014″. E questo rimane, oggettivamente, un problema.

Il motivo è semplice. Gli italiani hanno ormai assorbito lo schema maggioritario, che propone un collegamento diretto tra il partito/coalizione e il leader designato a essere candidato premier. Venti anni di Seconda Repubblica, quasi completamente coincidente con la stagione berlusconiana, perfino la nascita stessa del Pd hanno contribuito ad alimentare una sovrapposizione che oggi, con la frammentazione del quadro politico e una legge elettorale di impianto proporzionale, non ha più senso né fondamento.

Renzi questo lo ha capito e per primo rispetto agli avversari ha lavorato per costruire una squadra coerente di profili, competenze e – più esplicitamente – nomi in grado di fornire agli elettori un progetto di governo più in sintonia con i ritrovati tempi proporzionalisti. Nel centrodestra, Berlusconi e Salvini (ma anche lo stesso Salvini e Meloni) mostrano ogni giorno di più programmi e strategie divergenti, che saranno tenute insieme solo dal collante del potere. I Cinquestelle si dibattono tra la teoria del ‘beato isolamento’ e fantomatici appelli a “chi siederà nel nuovo Parlamento” per trovare intese di governo quanto meno incerte sul piano dei contenuti e delle stesse compatibilità identitarie.

Chi si stupirebbe di un governo e una coalizione che tengano insieme Renzi e Calenda, Gentiloni e Pisapia, Delrio e Bonino, Minniti e Lorenzin, Franceschini e Nencini, Fassino e Santagata? All’elenco aggiungiamo la benedizione (più o meno diretta) di Prodi, Veltroni, Parisi, Castagnetti, solo per citare alcuni dei padri nobili del centrosinistra. Nessuno è in grado di schierare una squadra simile per competenza, serietà, coerenza.

La partita, insomma, è tutta da giocare. Sarà compito del Pd e del suo segretario, ma anche dei suoi alleati, ‘convertire’ al nuovo corso anche le valutazioni che gli elettori faranno in vista delle urne. Renzi, e non sembri un paradosso per lui, dovrà cambiare verso al significato della campagna elettorale, portando il proprio contributo da primus inter pares. Quanto più ci riuscirà, tanto più potrà far emergere la qualità della squadra che propone e le contraddizioni degli altri. E allora il risultato sarebbe più che mai aperto…

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  • ANNA VANNI

    SAREBBE MEGLIO NON FARSI CONDIZIONARE DA PARTITI CHE NON SONO CAPACI DI GOVERNARE E STARE A PALAZZO GHIGI.IL PREMIER GENTILONI E’ UN PREMIER CHE HA SAPUTO GOVERNARE OTTIMAMENTE MODERATO EQUILIBRATO CHE MANCAVA.CHI ANDRA’ AL GOVERNO!!!!!!!