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6 marzo 2009

Il ceto medio a rischio crisi

Nel dibattito sulla crisi economica, sui suoi effetti catastrofici come sulle azioni per combatterla non compare un aspetto tutt’altro che secondario. Dalla crisi economica, infatti, si può scivolare verso una crisi sociale di non breve periodo e, per questo, parecchio allarmante. Proviamo a indicare alcuni elementi. Istat, Banca d’Italia e Ocse ci hanno offerto, ancora lo scorso autunno, un quadro della distribuzione del reddito e delle disuguaglianze all’interno della società da tener ben presente oggi che lo choch economico sta espellendo da aziende, fabbriche e uffici decine di migliaia di lavoratori, e si tratta di cifre destinate a crescere in maniera esponenziale nel corso del 2009 e forse oltre. Ebbene l’Istat ci ha detto che non solo l’11% delle famiglie italiane, nel 2007, era in condizioni di “relativa povertà” ma un altro 5% si colloca poco sopra quella soglia, insomma è a rischio precipizio nel baratro – sociale, psicologico, emozionale – della povertà. Banca d’Italia e Ocse ci hanno spiegato che nel nostro paese cinque milioni di persone detengono il 42% della ricchezza nazionale – e oggi possiamo aggiungere che sarà la fascia meno o per nulla toccata dalla crisi – mentre gli altri 55 milioni scarsi si devono dividere il restante 60%.
Ci viene documentato, inoltre, come negli ultimi venti anni il divario tra ricchi e poveri è cresciuto del 33% – molto sopra la media Ocse – e questo non perché i poveri sono diventati più poveri ma perché sono stati i redditi del ceto medio, e quindi i suoi standard di vita, a distanziarsi dalle classi di reddito superiore. Del resto, di chi si è parlato già negli anni passati quando si raccontava delle famiglie che non arrivavano alla quarta settimana? Di chi narravano quanti si occupano di “nuovi poveri” elencando a decine e centinaia i casi di persone, soprattutto uomini sui cinquant’anni, costretti a ricorrere alle mense della Caritas perché con lo stipendio non ce la facevano più a reggere una famiglia che magari si era separata e che aveva mutui e prestiti sul groppone? E che tipo di fenomeno è quello di giovani, e neanche più tanto giovani, costretti a vivere “sulle spalle” dei propri genitori e delle loro pensioni perché impossibilitati ad avere una propria casa guadagnando qualche centinaio di euro al mese? Questo è il quadro su cui si sta abbattendo la “tempesta perfetta”, che il governo – nonostante il suo ministro dell’economia vada sbandierando da mesi in ogni convegno o dibattito di averla vista prima degli altri – ha sminuito e minimizzato per troppo tempo.
Da qualche settimana pare aver deciso di correre ai ripari ma non si riesce a rintracciare, nelle misure decise da palazzo Chigi, un disegno organico oltre che un progetto per il domani.
Nel frattempo, si è detto, incombe il rischio di una crisi economica che trascini dietro di sé una crisi sociale.
E non se ne parla. Non si parla degli esiti che può avere un ulteriore slittamento verso il basso del ceto medio, la stragrande maggioranza del paese. Non si parla di quali conseguenze comporterà la perdita di lavoro, anche precario, per la fascia di giovani della piccola e media borghesia che erano impiegati nelle consulenze, nella ricerca, nel lavoro autonomo, nell’amministrazione. Non si parla dello scombussolamento psicologico e sociale di questa ulteriore “mazzata” sul ceto medio: non è difficile immaginare che essa accrescendo i livelli di incertezza sui propri destini e di sfiducia nel potere pubblico generi distacco e chissà che altro.
Un allarme l’ha lanciato il professor Aris Accorsero. Nel suo libro San Precario lavora per noi scrive: «Non si può escludere che i ceti medi, coinvolti in una precarietà che non avevano mai conosciuto, ne vengano da questa frustrati più di quanto tocchi alla classe operaia se non altro perché avevano aspettative di una maggiore stabilità dell’impiego».

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