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2 giugno 2009

Da via Veneto al Partito democratico

Ricompare in libreria il saggio di Scalfari: sessant’anni dei liberal italiani
La vicenda dei liberal italiani ha sessant’anni. Va dalla loro prima uscita dal Pli (1949, contro la guida a destra del partito), alla seconda del 1955, contro la svolta confindustriale di Malagodi. Nacque il primo partito radicale. Nel 1949 era già nato Il Mondo di Mario Pannunzio, col suo carico di battaglie contro la partitocrazia il malcostume e il clericalismo, nel ’55 la fondazione dell’Espresso, la sua polemica contro il capitalismo parassitario e il Palazzo («capitale corrotta nazione infetta»), la denuncia dei più o meno velleitari colpi di stato dello stato parallelo, i convegni degli “Amici del Mondo” al Ridotto dell’Eliseo sulle grandi riforme di centrosinistra, l’esaurimento del centrismo negli anni ’60 fino alla tragica esperienza reazionaria Gronchi-Tambroni.
Poi il centrosinistra coi socialisti (che, come il dannato dantesco, in se medesimo si volgea coi denti), infine il giornale-partito dei progressisti non comunisti, la Repubblica, nel 1976, due anni dopo la nascita del giornale-partito dei conservatori non clericofascisti, il Giornale di Montanelli. Tutti i grandi momenti esistenziali del centrosinistra liberal – concepimento, sviluppo, esaurimento – portano il nome di un giornale, Il Mondo, L’Espresso, la Repubblica; e di tutti e tre Eugenio Scalfari è stato tra i fondatori o il fondatore unico. La sua storia personale è parallela e coincidente con la storia dei centrosinistra: da quello promosso dal connubio di crociani e azionisti (chi l’avrebbe mai detto) sulle pagine di un settimanale memorabile, a quello, decenni dopo, dei postcomunisti, dei postpopolari e dei postliberali.
I cui protagonisti – Prodi, Ciampi, Andreatta, D’Alema, Amato, Rutelli, Veltroni – seguono la stessa parabola dei Moro, Fanfani, Rumor, De Martino, Saragat, Nenni, La Malfa, Pertini: risposta alle nuove urgenze di un paese in crescita, balzo in avanti dell’economia e del tenore di vita, inaridimento intellettuale e morale, litigiosità interna e crisi irreversibile della formula e della politica.
La ricomparsa in libreria del saggio di Scalfari La sera andavamo in via Veneto – Storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica”, edito stavolta da Einaudi a trent’anni dalla prima pubblicazione (Mondadori 1986), ha dunque un senso politico.
Del gruppo che passò a vario titolo per le tre testate, ci sono ancora protagonisti e testimoni: Scalfari – che ne è diventato il leader, lo storico, il filo collegatore – Ajello, Turani, Veltroni, Petruccioli, Pirani, Viola, l’editore De Benedetti. Sono cambiate anche le classi sociali (L’Inchiesta sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, che ne aveva analizzato le conseguenze già nel 1976, fece arrabbiare i comunisti: segno del loro fatale ritardo. Oggi in Inghilterra c’è un contadino su cento, 22 addetti all’industria, 77 ai servizi. In Italia più o meno).
E il problema resta quello del 1949: rendere democratico il capitalismo, dirozzarlo dalle nostalgie fasciste e protezionistiche, tagliare le ali al gruppuscolarismo di destra e di sinistra, emancipare l’Italia dal dominio della chiesa. La razza padrona – imprenditori, finanzieri, militari, burocrati, gerarchie ecclesiastiche –, eccezioni a parte, è oggi come quella contro la quale si scaricarono i fulmini di Ernesto Rossi; idem le zone d’ombra, le più angosciose di tutte, mafie, collusioni, doppio stato, deviazioni; viva, anche se ha l’alzheimer, la mitologia estremistica dell’ultradestra, non attenuata dalla novità italiana di una destra di governo, e la mitologia estremistica dell’ultrasinistra, disfatta a Berlino ma rianimata dalla crisi della globalizzazione finanziaria.
I nodi sono sempre gli stessi. Il tentativo di scioglierli era stato fallimentare nel centrosinistra della prima repubblica, finito a mazzette e avvisi di garanzia dopo aver migliorato la struttura sociale e produttiva e peggiorato il senso civico degli italiani. Oggi il cambiamento appare più difficile, perché il berlusconismo ha trasformato quei nodi in “valori” e in senso comune. Come scrive Scalfari, «non intendo dire che l’uomo berlusconiano sia un idiota felice; penso però che sia innocente, nel senso che è privo di memoria, non ha futuro, vive attimo per attimo. E la contemporaneità è per sua natura gregaria». Ieri i moderati avevano paura del centrosinistra, pensando all’influenza del Pci sui socialisti. Oggi hanno paura del centrosinistra temendo di dover scoprire un’Italia che somigli più a quella descritta dall’Istat e dalla Banca d’Italia che non quella pantagruelica e gaudiosa che l’anarchismo amorale di Arcore raffigura come reale e ideale.
Però, ripubblicato 23 anni dopo, il libro di Scalfari, al di là delle piacevoli rimembranze nei caffè di via Veneto, ci dà fra le righe un giudizio sull’insufficienza culturale del centrosinistra oggi.
Il Mondo, motore del primo centrosinistra, «fu il luogo d’incontro di almeno quattro filoni del pensiero politico italiano: il liberalismo di Croce, il liberismo di Einaudi, la democrazia di Giovanni Amendola, il concretismo di Salvemini».
Fu questa bomba culturale a premere sul mondo cattolico e su quello socialista costringendoli a trovare un terreno d’incontro, visto che entrambi erano animati da volontà di “riforme” ma entrambi rifuggivano dalla mediazione liberale.
Che era invece il lasciapassare storico per quell’incontro. Ma oggi qual è il motore culturale del centrosinistra? Il costituzionalismo di Scalfaro e Napolitano? Il neosocialismo dell’on. D’Alema (appena “recensito” in queste pagine dal collega Lavia)? L’eticismo dell’on. Binetti? Il riformismo europeista di Ciampi Prodi e Amato? Il centrismo “puro” di Rutelli? Sono esperienze in parte consumate, in parte incomunicabili, in parte assorbite dall’opportunismo della destra, in parte conflittuali se non addirittura revanchiste nei confronti della cultura storicistica dell’Italia di minoranza: che è per definizione l’Italia del cambiamento. E ha per vocazione quella di “cavalcare la frontiera”, non di presidiarla col fucile spianato.
Quel motore di cui scrive Scalfari aveva, oltre alla potenza della cultura, una comune bandiera ideale nella lotta politica: la “terza forza”. Terza tra cattodemocristiani e socialcomunisti. Essa avrebbe dovuto operare nei due grandi schieramenti la scissione tra cattolici democratici e clericalismo, tra socialismo e comunismo. Oggi nel Pd ci sono forze che, più s’allontanano storicamente dalle sorgenti, più ne ripensano la purezza originaria: che avrebbe senso solo immaginando la fine del bipartitismo maggioritario, e con essa anche una parziale dissoluzione della destra. Parziale perché la destra degli interessi per ora risponde perfettamente al vivere nella contemporaneità gregaria (senza memoria e senza futuro) dell’homo berlusconianus secondo Scalfari.

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