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6 giugno 2009

Il vento dell’est gelerà l’Europa

Una destra sempre più popolare anche tra i nuovi membri della Ue.
Urne vuote, populismo, folate euroscettiche. Proprio come nel 2004. L’est confermerà in questa tornata elettorale per il rinnovo dell’emiciclo di Strasburgo le tendenze che contraddistinsero il suo approccio alle elezioni comunitarie di cinque anni fa.
I dati non lasciano scampo.
L’affluenza alle urne oscillerà tra il probabile 50 per cento dell’Ungheria – il paese dove il turnout si prospetta maggiore – al 25-30 per cento che secondo le rilevazioni della vigilia dovrebbe registrarsi in Polonia e Lettonia. La polacca Danuta Hubner, commissario europeo uscente che corre per l’europarlamento nelle liste della Piattaforma civica, il partito del primo ministro Donald Tusk, ha sostenuto a questo proposito, conscia della portata della diserzione: «Per noi la sfida non è farci votare, ma portare la gente alle urne».
Gli analisti ritengono che il disinteresse nei confronti del voto europeo detterà ancora una volta il successo di alcuni partitini antagonisti o di formazioni battezzate solo di recente. Nel primo caso rientra il fenomeno Jobbik, formazione magiara, dotata tra l’altro d’un braccio paramilitare, che fa della campagna contro i rom il suo cavallo di battaglia e che dovrebbe mandare una pattuglia di onorevoli a Strasburgo. Nel secondo caso, invece, si segnala l’ascesa dei bulgari del Gerb, partito fondato due anni fa dall’ex vice sindaco di Sofia Tsvetan Tsvetanov e dal body guard Boyko Borisov, che ha già primeggiato alle europee del 2007, tenutesi subito dopo l’ingresso del paese nell’Ue.
Altro indizio euroscettico: i polacchi di Legge e Giustizia – il partito dei gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski (presidente polacco il primo, ex capo del governo il secondo) – e i cechi del Partito civico-democratico, fondato dal presidente della repubblica Vaclav Klaus e capitanato dall’ex primo ministro Mirek Topolanek, si sono apparentati con i conservatori britannici di David Cameron, decidendo di sfilarsi dal Partito popolare europeo e di fondare un nuovo raggruppamento parlamentare dai connotati antifederalisti, contrario all’approfondimento del processo d’integrazione e al Trattato di Lisbona. Ma l’alleanza coi gemelli terribili di Varsavia, dicono gli osservatori, potrebbe nuocere a Cameron, facendogli perdere un po’ di voti a Londra e dintorni. Come? Sempre l’Economist annota che la sfegatata “cattolicità” dei Kaczynski – «se l’Europa vuol’essere forte dev’essere cristiana», ha asserito qualche giorno fa Jaroslaw – non fa il paio con l’obiettivo che il giovane David s’è prefisso promuovendo i valori laici: accrescere l’appeal dei Tory tra i gruppi etnici e religiosi d’oltre Manica.
Sulla base di questi segnali euronegativi e di una campagna che da Riga a Varsavia, da Bratislava a Praga, è stata spesso impregnata della retorica dell’interesse nazionale, ci si chiede se l’est sia il tallone d’Achille dell’Ue, l’anello debole della catena, la spina nel fianco dell’integrazionismo e se i 190 deputati (un quarto degli scranni dell’europarlamento) che i paesi ex comunisti eleggeranno a Strasburgo, faranno inceppare la macchina comunitaria anteponendo calcoli da bottega alle priorità continentali. Ma forse la domanda andrebbe formulata in altri termini: siamo proprio sicuri che la “nuova Europa” sia una zavorra? Del resto sono stati tre paesi occidentali – Francia, Olanda e Irlanda – a cassare Costituzione Ue e Trattato di Lisbona.
Ed è l’Europa dell’ovest a sostenere in questi tempi di crisi pacchetti dal sapore protezionistico (e quindi antieuropeo) e a vedere nel “camionista bulgaro”, erede del famigerato “idraulico polacco”, l’emigrante senza scrupoli pronto a scippare lavoro agli autoctoni. Magari, viene da pensare, l’eurodiffidenza dell’est è la reazione con cui ci si oppone a chi, sull’altro versante del continente, continua a guardare i nuovi con il piglio dei primi della classe.

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