11 luglio 2009
Democrats, la via ateniese
Tra i bicchieri mezzi vuoti che i progressisti europei si ritrovano a trangugiare da qualche anno ormai, l’unico mezzo pieno, risultati elettorali delle europee alla mano, pare si beva dalle parti della Grecia.
Che questo dica molto della crisi in cui è sprofondato il centrosinistra nel vecchio continente, in particolare quello di tradizione socialista e socialdemocratica, dopo i ruggenti anni ’90, lo sa benissimo anche George Papandreou, il leader del Pasok, che viene guardato ormai con un rapinoso sguardo di invidia dai colleghi progressisti.
Sì, certo, Obama. Magari perfino Kevin Rudd, entrambi freschi di G8, come scrivevamo ieri. Ma l’Europa pare abbia macinato tutti – o quasi – i modelli e le leadership che fino a poco tempo fa si appuntava come un fiore all’occhiello del suo famigerato modello sociale.
Del New Labour di Tony Blair si cercherà, con ogni probabilità, la scatola nera di qui a qualche mese, citofonare Brown. Della “gauche plurielle” di jospiniana memoria resta solo un’incoercibile rissosità che rischia di tenere a lungo lontani i socialisti dall’Eliseo.
La Neue Mitte, la Terza Via di Gerhard Schröder l’ha inforcata a tutto gas Angela Merkel che alle prossime elezioni si troverà forse a fare i conti più coi liberali che con i suoi attuali partner di governo. A raccogliere l’eredita del modello di welfare scandinavo sono oggi governi moderati di centro e centro-destra. E si potrebbe continuare, perfino in quei paesi, come la Spagna e il Portogallo, tra i pochi a guida socialista in Europa, si affacciano evidenti segni di stanchezza, chissà se sopravviveranno a questo rigido inverno elettorale dei progressisti.
L’unica oasi rimasta, una ridotta, quasi il villaggio di Asterix, si affaccia sul Mediterraneo.
Lo ha riconosciuto, sconsolato, David Miliband, tornato l’altro giorno a parlare di politica, con un lungo intervento che indicava nientemeno nel Pasok l’esempio da seguire per riannodare i fili tra politica e cittadini.
Come? Aprendo il partito ad una partecipazione più ampia di quella affidata esclusivamente alle tessere. Fissando quote rosa per gli organismi dirigenti. Vigilando con scrupolo sugli standard etici della vita politica interna. Puntando sulla formazione a tutti i livelli dell’organizzazione, non solo per i giovani, ma anche per i quadri più anziani. Allargando le consultazioni per la preparazione della piattaforma programmatica del partito. Soprattutto, promuovendo forme di democrazia deliberativa, secondo il modello di James Fishkin, sperimentato con successo nel 2006 per selezionare il candidato del Pasok alla municipalità di Marousi, una area metropolitana di Atene.
Sembra un paradosso: il giovane leone di quella che fino a poco tempo fa era la punta più avanzata dell’arcipelago progressista europeo, il New Labour, prende ad esempio Papandreou, un nome che viene da un passato ricco di storia con venature dinastiche, per indicare la via da cui ripartire per i democratici europei. Pare una sorta di risarcimento politico per il no opposto dal British museum alle autorità elleniche che di tanto in tanto chiedono il ritorno in patria del fregio del Partenone.
Il modello greco, insomma, come campione di un riformismo che si è concentrato, innanzitutto, sulla forma partito, sui suoi processi di selezione, sulle modalità di partecipazione per ambire a farsi alternativa credibile di governo. Cambiare se stessi per cambiare il paese. Farsi “demiurghi”, come insiste Papandreou, trasformarsi attraverso un lavoro paziente, condiviso. Così l’alba greca della democrazia – e della politica come politikè, vita della comunità – torna a scaldare il crepuscolo progressista. Kalimera o kalispera?