29 luglio 2009
Lo squilibrio delle tre G
Generazionale, di genere e geografico: le insufficienze del nostro welfare
«Rispetto ai vicini europei, l’Italia sembra offrire il peggiore dei mondi possibili: da un lato un mercato del lavoro inefficiente, che dà scarsa opportunità soprattutto alle donne e ai giovani, dall’altro un welfare inadeguato, che non promuove e lascia ampio spazio alle disuguaglianze». A tracciare in poche righe un quadro impietoso del nostro sistema di tutele non sono due intellettuali organici a partiti di opposizione, ma un’economista e un demografo, Alessandro Rosina e Daniela Del Boca, in un libro che racconta il profondo disagio in cui vivono le famiglie italiane (Famiglie sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente (Il Mulino, pp. 135, euro 11,50).
Al grido d’allarme dei due studiosi fa eco quello di tre ricercatori che si occupano di economia e politiche pubbliche, Fabio Berton, Matteo Richiardi, Stefano Sacchi, che dell’ampio quadro del welfare hanno messo a fuoco con straordinaria completezza il segmento dei lavoratori atipici: «Mal pagati, sovente disoccupati e scarsamente tutelati e oltre che flessibili sono troppo spesso precari».
La loro ricerca, Flex-insecurity. Perché in Italia la flessibilità diventa precarietà (Il Mulino pp. 350 euro 28) drasticamente smentisce, tramite ragionamenti basati su numeri, proiezioni e una ricca letteratura scientifica, la tesi che gli atipici siano una quota minore e comunque protetta del nostro mercato occupazionale. Tra lavoro a tempo determinato, in somministrazione o interinale, contratti di inserimento, formazioni lavoro e apprendistato, contratti stagionali, collaborazioni coordinate e continuative, contratti a progetto si arriva a 4,8 milioni di lavoratori, circa il 20,8 per cento degli occupati. Per lo più giovani, donne, immigrati o lavoratori anziani che hanno perso il posto, e che restano esposti al rischio di povertà, soprattutto a causa della discontinuità occupazionale e della mancanza di ammortizzatori sociali.
Dal canto loro, Rosina e Del Boca puntano il dito contro i tre squilibri che affliggono il nostro paese (le tre “G”): generazionale, di genere e geografico.
In altre parole, le disuguaglianze tra donne e uomini, l’iniquità nei rapporti generazionali e le disparità territoriali.
I cui sintomi evidenti, anche se malamente diagnosticati e soprattutto ignorati, sono una misera partecipazione delle donne al mercato del lavoro (sono occupate 46 su 100, e dopo 50 mesi dalla nascita di un figlio il 60 per cento di quelle con basso livello di istruzione è ancora fuori); un’alta disoccupazione giovanile (il 60 per cento dei disoccupati è sotto i 35 anni); una fertilità tra le più basse in Europa (specie al Sud, dove al 30 per cento delle donne occupate corrisponde una fecondità tra le più basse dell’Europa occidentale, intorno all’1,30).
Condizioni strutturali che sono aggravate da un “ritardo” culturale, (o, secondo un altro punto di vista, da un modo diverso di intendere il ruolo materno e l’identità femminile), che qualifica come cattiva madre la donna che vuole tornare subito al lavoro; e come negativo l’asilo nido, che impedirebbe un contatto ristretto con la madre.
Molte le terapie indicate da questa piccola schiera di scienziati sociali per correggere le gravi ingiustizie che attraversano il nostro paese. Rispetto al welfare familiare, Rosina e Del Boca – mentre criticano la detassazione dello straordinario, quasi sempre maschile, e la riduzione delle ore scolastiche – suggeriscono di potenziare il lavoro femminile e sostenere il lavoro di cura: sia attraverso l’incremento dei nidi – unito anche ad un lavoro sulla resistenza culturale che insista sulla centralità della socialità dei bambini, «in un mondo in cui è più facile che abbiano nonni che non fratelli e cugini» – sia attraverso l’introduzione di congedi parentali, più lunghi e pagati in modo adeguato, per entrambi i parenti.
Sul versante del lavoro atipico, invece, Berton, Richiardi e Sacchi sostengono la necessità di rimuovere gli «incentivi perversi che inducono le imprese ad utilizzare i contratti anticipi» e soprattutto l’importanza di «passare da una impostazione discrezionale, selettiva e negoziale delle prestazioni ad una impostazione universalistica e automatica », che finalmente «comporti il riconoscimento di effettivi diritti soggettivi in capo a tutti i partecipanti del mercato del lavoro».
Più che proporre un contratto unico per tutti, sulla scia del contratto unico di Boeri e Garibaldi, i tre ricercatori puntano a eliminare la disparità tra forme contrattuali rispetto alle aliquote contributive; a stabilire un salario minimo; a prevedere una consistente indennità di terminazione in caso di licenziamento o semplice scadenza del contratto e per tutti i contratti; a introdurre infine una forma di reddito minimo, che protegga dalla povertà.
Misure anni luce diverse da quelle previste dal governo a tutela di chi perde il posto, in particolar modo quei lavoratori parasubordinati che rappresentano la fascia più scoperta del lavoro atipico: una tantum-elemosina del 20 per cento di quanto guadagnato l’anno precedente, e solo se si tratta di lavoratori monocommittenti e con guadagno annuo lordo inferiore ai 14mila euro. Sono questi i «migliori ammortizzatori sociali d’Europa»?