5 agosto 2009
Il make-up del Pdl secondo Berlusconi
Il piano del Cavaliere per restaurare il partito: coordinatore unico, ma senza fretta
Per ora l’unica vera decisione di ristrutturazione del nuovo partito è quella che riguarda la nomina del “Berluschino”, ovvero del leader dei giovani del Pdl: Francesco Pasquali, forzista di rito “sacconiano” che s’è fatto le ossa alla scuola politica di don Gianni Baget Bozzo. Per il resto, molte vulcaniche idee frullano nella testa del Cavaliere, ma concrete e imminenti scelte operative non se ne intravedono.
Che cosa c’è di vero, allora, nelle voci giornalistiche che si rincorrono da settimane su un prossimo rinnovo al vertice del Pdl, con effetto-rimbalzo di rimpasto di governo? Subito dopo le elezioni per l’europarlamento era stata Europa ad aver riferito dell’intenzione di Berlusconi di liberarsi dei “triumviri” (Verdini, Bondi e La Russa – gli ultimi due anche ministri) scaricando su di loro le responsabilità del flop del Pdl, che doveva raggiungere il 45 per cento ma che invece s’è fermato dieci punti sotto, a quota 35.
Terremotando il vertice pdl Berlusconi avrebbe distratto il partito dalle sue beghe, cioè dallo scandalo di festini a base di escort – sotto gli occhi dei servizi segreti italiani – in residenze della presidenza del consiglio.
Ma soprattutto, licenziando il trio, avrebbe curato il vero “male oscuro” del triumvirato: che non è quello di un crescente ruolo di La Russa, bensì la difficile convivenza tra Verdini e Bondi.
Cresciuto all’ombra di Bondi, Denis Verdini ha scalzato e tende a sopraffare con modi spicci il suo ex mentore che, a sua volta, si ribella. Dai contrasti tra i due derivano continue scosse.
Quelle che, per esempio, hanno lacerato il Pdl – tra laici verdiniani e bondiani ciellini – sulla scelta del candidato sindaco di Firenze. Nel 2010, con la partita delle elezioni regionali che si avvicina, Berlusconi vuole un partito – che continua a considerare sua proprietà personale – che si muova con più agilità, senza ricorso continuo al bilancino tra Forza Italia e An e una struttura apicale che sia un rapido ed efficiente servosterzo per le sue decisioni. Il sogno è il coordinatore unico – di provenienza forzista – cui affiancare un vice. L’ipotesi di un ritorno di Scajola a quel ruolo è escluso: dal diretto interessato che non intende mollare il rango ministeriale per tornare a fare quel che già faceva un decennio fa e dal Cavaliere, che rimugina sul nome di una figura più fresca.
Tra i giovani leoni chi pare avere il profilo giusto, le carte in regola (e le quotazioni in ascesa) è Maria Stella Gelmini. L’attuale ministro dell’istruzione è già stato coordinatore regionale forzista nella roccaforte lombarda, dove s’è rivelata un osso duro per i ciellini di Formigoni, per i laici di Romani, per i leghisti e per An: una sorta di generale Massena di Napoleone-Berlusconi.
Se lasciasse il governo per il partito, al ministero potrebbe andare il ciellino Maurizio Lupi.
Alle regionali 2010, peraltro, altre due ministre del Pdl dovrebbero cedere il posto: Giorgia Meloni (candidata governatore nel Lazio) e Mara Carfagna (Campania). Anche per questo parlare di riassetto di vertice del Pdl significa parlare di rimpasto di governo. E addirittura, come ipotizza l’eurodeputato del Pdl Salvatore Tatarella, di imbarco di «un paio di ministri dell’Udc».
Un quadro i cui tempi non sono ancora maturi. Tutto lascia pensare che il Cavaliere lascerà che i triumviri, incalzati da pezzi di partito insofferenti all’inazione del trio (Cicchitto ne guida la carica), almeno provvedano a una seria campagna di tesseramento e primo «radicamento territoriale» del Pdl. Poi gli taglierà la testa. «Io – va ripetendo – faccio il premier e del partito mi interesso pochissimo: ci sono le dinamiche interne di un grande partito...». Dinamiche cui lui, in effetti, non si interessa affatto: decide e basta. Fini lo lascia fare: perché tanto ormai il lento tramonto del Cavaliere è iniziato.