8 agosto 2009
Jihad, effetto domino in Asia centrale
Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan rischiano l’implosione
L’effetto domino c’è già. Dall’Afghanistan e dalle aree tribali di confine che si srotolano lungo la frontiera afghano-pachistana, il “talebanismo” si sta spostando, con intensità sempre maggiore, verso l’Asia centrale. Complici dei confini bucherellati come una groviera e leadership politiche poco responsabili, Tagikistan, Uzbekistan e Kirghizistan, i tre stati della regione dove il fenomeno islamista è più accentuato, fronteggiano lo spettro dell’implosione. Il grosso timore delle cancellerie mondiali è che quindi, se e quando si vincerà la guerra a Kabul e si riuscirà a “ripulire” il Pakistan, bisognerà continuare a combattere l’emergenza terrorista.
A guardare la situazione sul campo, il quadro che si delinea negli instabili “stan” del quadrante centro-asiatico è preoccupante. Secondo alcuni esperti di sicurezza, nel Kirghizistan Hizb ut-Tahrir (Partito della liberazione), gruppo fuorilegge il cui manifesto punta a restaurare la legge islamica attraverso processi pacifici e a creare un califfato regionale eliminando gli attuali confini di stato, avrebbe ormai imbracciato l’ipotesi della lotta armata. A rafforzare tale convinzione è stata la scorribanda oltre confine che alcuni miliziani islamici kirghizi, armati fino ai denti, hanno compiuto nella città uzbeka di Khanabad nel maggio scorso. Paul Quinn-Judge, analista dell’International Crisis Group, autorevole thinktank di Bruxelles, è dell’avviso che «dietro questi ultimi attacchi (quello a Khanabad non è stato l’unico) si nasconda in queste aree una mobilitazione complessiva della jihad».
Anche in Uzbekistan l’estremismo cresce. Il paese non è nuovo al fenomeno. Dieci anni fa il Movimento islamico dell’Uzbekistan – obiettivo: riunificare il popolo uzbeko, scalzare il governo e imporre la sharia – dopo una fase contrassegnata da azioni minori e isolate, uscì definitivamente allo scoperto. I suoi militanti attraversarono il Tagikistan superando la catena montuosa del Pamir e una volta valicato il confine kirghizo assediarono alcuni villaggi a maggioranza uzbeka, allo scopo di “purificarli” etnicamente. L’assalto, dopo qualche giorno, fu sventato. Il problema, però, è che adesso il movimento ha gonfiato le fila. Pochi giorni fa, il sito di Radio Free Europe, in un lucido articolo, ha messo in luce come il gruppo abbia stretto legami con la galassia qaedista e con i talebani.
Alcuni esponenti, infatti, sono andati in Iraq e Afghanistan, entrando nei quadri degli insurgents e dei battaglioni del terrore. C’è chi ancora vi milita. Ma c’è anche chi è tornato in Uzbekistan, importando know-how, bellico e ideologico.
Il giornalista Ahmed Rashid, probabilmente il principale esperto di terrorismo sulla piazza e uno dei “suggeritori” dell’inviato americano in Afghanistan e Pakistan, Richard Holbrooke, ha spiegato a Radio Free Europe che il movimento «ha ormai creato una vasta rete di alleanze, non solo nell’Asia centrale, ma anche in Afghanistan e Iran. Inoltre, è stato capace di reclutare numerosi giovani, specie dopo il massacro di Andijan del 2005». Il riferimento è all’eccidio, a opera delle autorità governative uzbeke, registrato quattro anni fa nella cittadina di Andijan, situata nella valle di Fergana.
Allora, con il pretesto di un’azione anti-islamista volta a dimostrare la fermezza dello stato, l’esercito regolare mise a ferro e fuoco il centro abitato e uccise circa duecento civili, scatenando, tra l’altro, le dure proteste di Washington. Per “ripicca” le autorità sloggiarono poi gli americani dalla base di Karshi-Khanabad, fondamentale per sostenere le operazioni a Kabul.
Sempre secondo Rashid, il pericolo, però, non è solo l’estensione del raggio d’azione del terrorismo, ma anche la prospettiva d’un conflitto regionale, il cui campo di battaglia sarebbe proprio la vallata di Fergana, della quale proprio Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan condividono il controllo.
«Questi stati – sostiene Rashid – fronteggiano enormi difficoltà economiche. Povertà, disoccupazione e frustrazione favoriscono la penetrazione dell’islamismo, ma anche i conflitti locali». C’è da tenere conto, oltre a questo, dell’altro grande fattore incendiario che potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora: l’assenza cronica di acqua. Lo sfruttamento intensivo dei bacini idrici avvenuto in Asia centrale ai tempi dell’Urss e lo scioglimento dei ghiacciai kirghizi e tagiki causato dal global warming hanno strangolato la produttività e portato gli stati della regione a accanirsi l’uno con l’altro.
La serie di incidenti e tafferugli avvenuta in tempi recenti nelle zone transfrontaliere conferma che la miccia è ormai accesa.
L’Asia centrale, dunque, può diventare in futuro il nuovo epicentro dell’instabilità globale. Stati Uniti, Russia e Cina, le potenze impegnate a esercitare la loro influenza nell’area – chi con le trame diplomatiche, chi con gli accordi energetici, chi con strumenti commerciali – dovranno quindi evitare che il loro great game, intrecciandosi con le instabili dinamiche locali, non si tramuti in great caos. Washington, Mosca e Pechino (che come accertano i fatti dello Xinjiang ha sul versante islamico i suoi grattacapi), dicono gli esperti, sono dunque inevitabilmente costrette a mettere a fianco dello spirito di competizione una filosofia cooperativa. Il Cremlino pare muoversi in questa direzione, anche alla luce dei tentativi di riallacciare rapporti proficui con la Casa Bianca, come indica la metafora del “reset button”.
Pochi giorni fa il presidente russo Dmitry Medvedev ha incontrato in Tagikistan gli omologhi afghano e pachistano, Hamid Karzai e Asif Ali Zardari. Nel vertice si è discusso di sicurezza, ma – riporta la stampa russa – Medvedev ha anche colto l’occasione per redarguire Emomali Rakhmon, padre-padrone del Tagikistan, in carica come presidente dal 1994, consigliandogli di evitare spavalderie e di non giocare, spregiudicatamente, sulle rivalità sinorusso- americane per conservare potere e ricchezze personali. Un messaggio, questo, rivolto anche agli altri governanti della regione. Tutti, alla stregua di Rakhmon, saldamente al potere da tempo, tutti un po’ cleptomani, tutti ritenuti inaffidabili nel contenere la minaccia islamista.