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11 agosto 2009

Ma nella gabbia ora c’è Berlusconi

Con l’uscita sugli stipendi differenziati il premier resta solo. Solo la Lega è contenta
E meno male che quelli di FareFuturo sono andati in villeggiatura e hanno rimandato a settembre la loro iniziativa pro-Mezzogiorno, sennò sai che strilli contro le gabbie salariali. Che poi – le gabbie – sono soltanto fuffa elettorale della Lega, inseguita da un Berlusconi timoroso che Bossi ne facesse un cavallo di battaglia per la sua propaganda alle prossime regionali.
Confidava qualche giorno fa un “finiano” doc, mentre nel centrodestra si litigava sulla sanatoria agli immigrati “irregolari”: «Berlusconi dice che da Casoria in poi non è successo nulla, che lo scandalo delle escort non l’ha scalfito...
Ma secondo te, se Berlusconi avesse ancora il controllo che aveva, sarebbe pensabile che su ogni tema, tutti i giorni, si apre uno scontro nella maggioranza e all’interno del Pdl?».
No, non sarebbe stato possibile.
E quindi va notato, e sottolineato con la matita rossa e blu, tutte le volte che avviene: come sulle gabbie salariali.
L’idea di Silvio Berlusconi di dire sì alle gabbie volute dalla Lega, idea tanto per cambiare non concordata con nessuno all’interno del Pdl, ha infatti avuto un’accoglienza che peggiore davvero non si poteva immaginare.
In questa circostanza però non sorprendono tanto i solenni pernacchi che hanno salutato l’ultimo dei cedimenti di Berlusconi a Bossi da parte dell’intera opposizione parlamentare – Pd, Udc e dipietristi – dei sindacati (Cgil- Cisl e Uil hanno ritrovato sul tema un’unità d’acciaio, puntellata dall’Ugl di centrodestra) e di Confindustria.
Quel che dà da pensare è piuttosto il putiferio scoppiato nel Pdl, dopo l’intervista di Berlusconi al Mattino: «Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita tra Nord e Sud risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia».
La reazione del Pdl all’imprevista sparata del Capo è stata quella di un “no” corale, ancorché edulcorato: perché l’ancora troppo potente Berlusconi declinerà pian piano e non è previsto alcun Gran consiglio dei suoi per deporlo, come capitò al Duce nel ’43.
Ma la prassi berlusconiana di inseguire la Lega non paga il Pdl. E poi la riforma della contrattazione andrà avanti coi suoi tempi: ricompattare il fronte sindacale (con la Cgil isolata) con la forzatura leghista sulle gabbie è una bestialità politica prima ancora che «un’idea spregevole e schifosa», secondo il governatore siciliano Lombardo.
Perciò hanno fatto mille puntualizzazioni (che sommate fanno un “no”) al Cavaliere i gruppi pdl di camera e senato, per voce dei presidenti Cicchitto e Gasparri, hanno detto “no” ministri del calibro di Claudio Scajola (non soltanto per il gusto di mettersi di traverso tra Tremonti e la Lega) e uomini del Pdl del nord come il piemontese Crosetto, hanno detto “no” i ciellini che ieri aprivano sussidiario.
net con un’intervista monumentale al cislino Bonanni: «No alle gabbie salariali, un ritorno all’Unione sovietica».
Gli è che ormai le correnti nel Pdl ci sono eccome e, nonostante gli esorcismi del malconcio Cavaliere, cominciano a muoversi per limarne lavorando di fino, col bisturi, lo strapotere. Con qualche risultato.
«Non è il fantasma delle gabbie salariali il modello del governo», diceva ieri il portavoce del Pdl Capezzone, di fatto correggendo Berlusconi.
Il quale, all’indomani della sparata sul Mattino, è volato in Sardegna dopo aver tirato qualche altra bombarda contro l’autonomia dell’informazione, ma non pronunciando più verbo sulla riesumazione delle gabbie: un’idea leghista fin dal 1995 e rilanciata da Bossi già dal maggio scorso come arma elettorale in vista delle regionali 2010.

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