14 agosto 2009
La morte come fuga dal carcere
Non passa settimana che dal mondo del carcere non giungano drammatiche notizie relative a decessi di detenuti. Gli ultimi censimenti al riguardo, parlano di quasi cento decessi nei primi mesi di quest’anno (una media di uno ogni due giorni; alcuni, decessi incredibilmente classificati come: “per cause non accertate”), e di oltre trenta suicidi accertati.
Si tratta spesso di giovani, detenuti in attesa di giudizio, e in carcere da pochi giorni. Dal carcere ormai si evade così: un’evasione silenziosa e definitiva.
La morte insomma, diventa preferibile alla carcerazione: questo la dice lunga sul livello di disperazione che si può raggiungere in una struttura dello stato. Per non parlare del crescente, incontrollato, numero di detenuti che in carcere muoiono per malattia o per aver contratto gravi infezioni.
Nel momento in cui un cittadino viene privato della sua libertà, non importa per quale ragione, lo stato si fa massimamente garante della sua incolumità e integrità.
Non è dunque azzardato ipotizzare una responsabilità delle istituzioni in queste morti, soprattutto perchè nulla si fa e si è fatto per evitarle.
Bisognerà dunque studiare anche dei dispositivi di carattere giudiziario e investire l’autorità penale, perchè lo stato e le sue istituzioni rispondano di queste morti; così come devono rispondere dei gravi danni patiti ogni giorno dai detenuti e dal personale penitenziario che a costo di gravosissimi sacrifici assicura quel minimo di tenuta e di “governo” all’interno del carcere senza il quale la rovina e lo sfacelo sarebbero totali. Più in generale, il carcere troppo spesso è una sorta di “discarica” sociale, con l’aumento esponenziale del numero dei detenuti e gli agenti penitenziari sotto organico di almeno 5.500 unità.
A Milano, nel carcere di Bollate, ogni agente ha in “custodia” qualcosa come 150 detenuti. Nel carcere napoletano di Poggioreale (il penitenziario forse più sovraffollato d’Europa): tremila detenuti, a fronte dei 1.300 posti letto; quattro suicidi nei primi sei mesi dell’anno), si dorme sul materasso direttamente per terra o in celle con quattro piani di letti a castello.
A Regina Coeli a Roma è emergenza continua. A Torino i detenuti hanno i posti letto nella palestra.
A Favignana si sta come i “sepolti vivi”, con le celle-tuguri sotto il livello del mare; tutto il penitenziario è sottoterra, compreso il cortile adibito a spazio per l’ora d’aria.
Si potrebbe andare avanti così a lungo. Veniamo al decantato “piano carceri” (cioè la costruzione di nuovi istituti penitenziari) che secondo le intenzioni del ministro della giustizia Angiolino Alfano e del Dap, dovrebbe risolvere i problemi.
A Gela, per costruire il carcere, hanno impiegato “solo” cinquant’anni.
Per quello di Reggio Calabria i lavori sono cominciati nel 1988. Non si sa quando finiranno.
La corte dei conti fa sapere che la media per costruire un carcere in Italia è di circa tredici anni, con i costi che anno dopo anno, lievitano inesorabilmente. Intanto al di là delle buone intenzioni (che poi, di buono hanno poco o nulla), non si fa nulla. Per l’ottima ragione che nulla si sa fare, e quello che si dovrebbe fare, per una preconcetta ostilità ideologica non si fa, non si vuole fare.
Ancora: settanta bambini al di sotto dei tre anni, di nulla colpevoli se non di essere figli delle loro madri, vivono e crescono in carcere.
Tra coloro che sono in prigione, il 60 per cento sono immigrati: la cifra evidente di un dato discriminatorio e di classe: gli extracomunitari, a differenza degli italiani, non si possono evidentemente permettere buoni avvocati, e dunque trascorrono il periodo di detenzione preventiva in carcere.
Ogni istituto, inoltre, “ospita” un discreto numero di detenuti disabili, anziani o affetti da problemi psichiatrici. Nelle prigioni c’è di tutto: dagli internati, che restano detenuti anche per vent’anni negli ospedali psichiatrici giudiziari a causa di una misura amministrativa; a quanti escono dal carcere senza neppure avere la residenza amministrativa. Piaccia o no, i fatti sono questi.