14 agosto 2009
Un’altra Rice, una nuova dottrina
L’ambasciatrice Usa all’Onu cancella l’eredità di Condoleezza: con il Palazzo di vetro si collaborerà
Ci voleva una Rice, Susan, per cancellarne un’altra, Condoleezza, ed aprire una nuova stagione dell’impegno americano nei confronti delle Nazioni Unite.
L’ambasciatrice Usa all’Onu ha utilizzato un suo discorso alla New York University per mettere in chiaro una volta per tutte che al Palazzo di Vetro la musica a stelle e strisce è cambiata, eccome.
«Abbiamo visto i costi del disimpegno», ha sottolineato l’afroamericana Rice, da sempre al fianco di Barack Obama come sua esperta per gli affari esteri. «Gli Stati Uniti guideranno il 21esimo secolo non con la hybris, ma attraverso una paziente diplomazia ».
Senza mai citare direttamente la precedente amministrazione Bush, lo speech ha definitivamente messo in archivio la stagione imperiale culminata nell’intervento in Iraq.
Bye bye unilateralismo, bentornato «ascolto, rispetto delle differenze e considerazione di nuove idee».
Un cambio di atteggiamento che non si limita alle alate parole sui principi fondamentali, ma si traduce in impegni concreti, misurabili.
Come il pagamento degli arretrati delle quote dovute all’Onu e l’irrobustimento del supporto al peacekeeping. O la decisione di entrare nel Consiglio per i diritti umani, in controtendenza rispetto alla Casa Bianca di Bush.
Una posizione “smart”, suggerita da un approccio pragmatico alla nuova fase geopolitica in cui si trova ad operare il gigante americano, ridimensionato dall’emergere di nuovi player globali come Cina e India e dall’indebolimento delle istituzioni internazionali come dalla parcellizzazione delle sfide e delle minacce alla sicurezza del pianeta, più diffuse, massicce e pervasive. Dagli arsenali nucleari alla crisi finanziaria, dal terrorismo alle pandemie, dal cambiamento climatico ai cyber attacchi, dalla droga al traffico di esseri umani.
La «nuova era di impegno» annunciata dalla ex-studiosa della Brookings (che con il presidente condivide la passione per il basket, cui deve il nomignolo di “Spo”, “sportiva” che le affibbiarono da ragazzina a Washington) si basa su una leadership americana «necessaria», ma di rado «sufficiente». In linea coll’ispirazione di Obama, tornano a risuonare parole come «cooperazione » – ieri il giornale online Politico ha scoperto che il termine “guerra” è praticamente scomparso negli interventi pubblici del presidente, il “male” tanto caro al precedente inquilino della Casa Bianca appare solo 14 volte nei discorsi del nuovo comandante-in-capo.
L’apertura di credito di Susan Rice non viene, però, senza un forte drive sulle riforme di cui le Nazioni Unite, «indispensabili », ma «imperfette», hanno bisogno urgente. A cominciare dal consiglio di sicurezza.
Ma niente isolamento: «Se vogliamo che gli altri ci aiutino a combattere le minacce che ci preoccupano di più, allora dobbiamo aiutare gli altri ad affrontare le sfide che più li mettono a rischio». Come dire, dall’esportazione all’ispirazione della democrazia.
Mentre aumenta, come certifica il Pew Research Center, la percentuale di americani che ha un’opinione positiva dell’Onu (oltre il 10% in più in due anni), gli States non vogliono più limitarsi a fare da soli o ad urlare dalla panchina che loro saprebbero fare di meglio. «Costruiamo coalizioni, ci assumiamo responsabilità, paghiamo i nostri conti», ha scandito la 45enne Rice. Mentre il presidente Obama premiava con la medaglia della libertà l’ex-alto commissario Onu per i diritti umani Mary Robinson, è toccato alla sua ambasciatrice fischiare il time-out.
In soffitta il piano di Condoleezza, palla ora alla sua ex-collega di Stanford. Mai dire Rice.