18 agosto 2009
Noi, spettatori di Kezich
Tullio Kezich riconosceva un merito alla sua generazione di critici: quello di aver fatto apprezzare ai lettori italiani il cinema come espressione culturale. Ed era fiero della sua militanza artistica nelle file dell’industria cinematografica, non solo come critico ma anche come sceneggiatore, produttore e biografo dei grandi della settima arte, primo fra tutti Federico Fellini (di cui, diceva lui, «bisogna vedere tutto, proprio tutto»), ma anche Francesco Rosi e recentissimamente Dino Risi. Adesso che Tullio non c’è più, ci manca già il suo spirito combattivo, la sua amabile vis polemica, quel suo pensare orgogliosamente con la propria testa, anche se questo significava dire peste e corna di un film amato dagli altri. Così come ci mancherà quella sua capacità di restare in contatto con la realtà contempiranea, lui che diceva di voler solo «rivedere i film che ho già visto e amato», che gli aveva fatto firmare, appena un mese fa, un articolo al vetriolo in cui decretava la«piena sconfitta della critica tradizionale », quella appunto della sua generazione, costretta a cedere il passo ai «coloristi» (e ai gossippari, aggiungiamo noi), relegata in colonnini e ritagli all’interno del paginone degli spettacoli (non più della cultura), nonché privata dagli editori della sua forza sovversiva, in linea con quel governo che taglia i soldi al Fus e nega al cinema la sua valenza di creatore di identità sociale e divulgatore di malesseri contemporanei (e infatti, denunciava Kezich, molti grandi quotidiani quest’anno non hanno neppure mandato il loro recensore di punta al festival di Cannes).
Nato a Trieste nel ‘28, Kezich ha iniziato il suo mestiere giovanissimo, diventando critico sulla carta stampata come in radio, direttore di testate specializzate (come oggi non ne esistono quasi più), penna di Panorama, e poi della Repubblica, e infine del Corriere della Sera. Completamente ingestibile quanto ai contenuti – non perché maleducato o prepotente, ma in quanto battitore libero – era capace di riflessioni acutissime e raffinate ma anche di battute alla mano e di riferimenti alla quotidianità che lo avvicinavano al lettore medio e gli ricordavano che Tullio era prima di tutto uno spettatore come gli altri, e infatti Professione: spettatore è il titolo di uno dei suoi tanti saggi sul mondo che amava tanto (ma andate a cercarvi anche i suoi racconti lunghi e brevi: “Il campeggio di Duttogliano”, ad esempio, è una vera chicca).
Gli addetti ai lavori sentiranno la sua mancanza perché la sua presenza alle proiezioni stampa era sempre gradita: lo vedevamo entrare come un Tenente Colombo aristocraticamente sgarrupato, spesso con il berrettino ben calcato in testa, con la battuta pronta e l’increspatura facile, e i più giovani andavano a origliare i suoi commenti, talvolta completamente diversi dai loro, ma sempre fuori dal coro e mai scontati. Ci mancherà ancora di più al Lido, lui che era stato fra i primi a raccontare la Mostra del cinema per Radio Trieste, e che era rimasto una delle figure più fisicamente riconoscibili della sua generazione di critici, nonché uno dei più accessibili a quei giovani che andavano sottovento ad origliare.
Sceneggiatore de Il posto e poi de La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, produttore de I basilischi di Lina Wertmuller e di L’età del ferro di Roberto Rossellini, nonché dirigente Rai in un’epoca in cui la televisione di stato si interessava ancora al cinema italiano di qualità, Kezich non si è mai limitato a criticare. E anche se non si è espresso pubblicamente al riguardo, si ha la sensazione che avrebbe disapprovato di quel boicottaggio della Mostra del cinema auspicato da alcuni autori in protesta contro i tagli al Fus, così come aveva duramente disapprovato la contestazione sessantottina del festival della Laguna, definendola poco più che una farsa. Ma era il primo a far notare come il suo mestiere, e il mestiere del cinema, fossero nel mirino di chi vuole determinare «il trionfo dell’effimero» e far scomparire dalle coscienze degli spettatori – professionisti e non – quella capacità critica e quella tensione verso il bello che sono state la sua vita, fino all’ultimo.