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22 agosto 2009

Iran - In vista del voto del 30 agosto il Parlamento inizia l'esame delle nomine dei ministri. Almeno cinque sono passabili di bocciatura.

Tre donne nel governo. Ma per Ahmadinejad la strada è tutta in salita

Il popolare quotidiano Etemad-e Melli, di uno dei suoi maggiori detrattori, Mehdi Karroubi, è stato messo al bando qualche giorno fa. Il leader dell’Onda verde, Mir-Hossein Moussavi, si è preso una pausa di riflessione, rimandando alla fine del Ramadan – iniziato ieri – la creazione della sua nuova formazione politica, “Sentiero verde della speranza”. Ma Mahmoud Ahmadinejad non può sedersi sugli allori. Il presidente iraniano sembra, almeno per il momento, aver superato la difficile prova della contestazione popolare sull’esito del controverso voto del 12 giugno ma deve ora superare un nuovo, impervio scoglio. Oggi partirà infatti l’esame, da parte del Majles, il parlamento, della rosa dei ministri, consegnata con diverse ore di ritardo rispetto alla scadenza di legge, dal presidente rieletto per il suo secondo governo. Il 30 agosto il Majles sarà quindi sede di ben 21 votazioni separate, ognuna per la fiducia a ciascun ministro.
Non certo nuovo a colpi di teatro, Ahmadinejad ha finalmente spezzato il tabù che aveva bloccato, da trent’anni, la nomina di donneministro.
La decisione del presidente di optare per Fatemeh Ajorlu a capo del ministero del welfare, Marziyeh Vahid-Dastjerdi a quello della sanità e Susan Keshavarz a responsabile per l’educazione ha suscitato perplessità e critiche sia da ambienti riformisti che da quelli conservatori.
Alcune riformiste di punta, come l’ex deputata Fatemeh Haghighatjoo, hanno bollato la scelta di tre donne apertamente contrarie al vivace mondo femminista iraniano – la Ajorlu è membro onorario dei Pasdaran e ha votato in parlamento contro l’approvazione, nel 2004, del Cedaw, la convenzione Onu contro la discriminazione delle donne – e più inclini a limitare il reale ruolo delle donne all’interno della società.
I conservatori hanno invece espresso perplessità sulla scarsa esperienza manageriale della Keshavarz, che ha già rivestito il ruolo, non esecutivo, di viceministro nello stesso dicastero, e l’idoneità della Ajorlu, soggetta com’è a un investigazione giudiziaria. La Vahid-Dastjerdi è invece meglio posizionata per superare indenne la prova del voto parlamentare, avendo avuto una lunga esperienza nella gestione di importanti strutture ospedaliere. Ciònonostante, molti esponenti conservatori hanno attaccato l’esautorazione del precedente ministro, Kamran Bagheri Lankarani, riconosciuto quasi unanimemente come un efficace amministratore della vasta e onerosa macchina sanitaria pubblica.
In un intervento in diretta televisiva giovedì sera, Ahmadinejad ha riconosciuto l’operato di Lankarani – curiosamente definendolo «dolce da divorare come una pesca»– ma ha riaffermato la necessità di avere una donna a capo di un servizio pubblico che deve occuparsi più di altri di una popolazione «per metà femminile».
La situazione non è limpida neppure per molti candidati-uomini. Alcuni esponenti di punta della maggioranza conservatrice del parlamento, come Ahmad Tavakoli, hanno puntato l’indice contro l’inesperienza di diversi di loro.
A stupire in particolare è stata la nomina, alla delicata carica di ministro del petrolio, di Massoud Mir-Kazemi, ministro del commercio uscente dotato di pochissima esperienza nel settore idrocarburico, fucina dell’85 per cento degli introiti statali iraniani. Per Ahmad Vahidi, candidato preposto alla difesa, le ombre sono invece di natura internazionale. Su di lui è stato spiccato infatti un mandato di cattura, emesso nel novembre 2007 dalla magistratura di Buenos Aires tramite l’Interpol, per la presunta connivenza in un attacco dinamitardo nel ’94 alla sede dell0associazione ebraica Amia presso la capitale argentina, che causò la morte di 85 persone. La foto dell’Interpol sembra coincidere con quella rilasciata dal Majles, dando così ulteriore motivo ai numerosi critici di Ahmadinejad, per bloccare anche questo candidato. Secondo il vicepresidente del parlamento, Mohammad Reza Bahonar, ben cinque nomine sono passibili di bocciatura.
Il presidente è braccato pure in altri ambiti. L’investitura di Sadegh Larijani, a capo del sistema giudiziario, potrebbe portare all’apertura di un nuovo fronte ostile ad Ahmadinejad.
Sadegh è infatti fratello del presidente del parlamento Ali. I due sono considerati da molti osservatori come accesi antagonisti di Ahmadinejad. Mentre il secondo sta dando filo da torcere in parlamento alle nomine ministeriali del presidente, il primo ha nominato l’ex ministro dell’intelligence Mohseni-Ejei, esautorato, in maniera assai acrimoniosa da parte di Ahmadinejad qualche settimana fa dalla carica di procuratore generale dello stato.
Qualora superasse indenne la sfida tutta interna all’ala conservatrice nei suoi confronti, il coriaceo presidente iraniano si appresterebbe, tra un mese, a compiere la sua ormai solita apparizione all’assemblea generale dell’Onu, dove lo attende un confronto, almeno a distanza, con Barack Obama. Nel frattempo l’Iran ha dato un timido segnale di distensione sul fronte nucleare. Il moderato neo-capo dell’Agenzia atomica, Ali Akbar Salehi, ha aperto i cancelli del controverso reattore di Arak agli ispettori dell’Aiea, dandogli un contentino in vista della pubblicazione, a inizio settembre, di un nuovo ed esaustivo dossier sul programma atomico iraniano da parte dell’ente di Vienna.

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