gwcached,12
gwcached,12

Europa.it quotidiano

Articolo
Sei in Cultura
1 settembre 2009

Il lungo ’89 di Varsavia

Parla uno dei protagonisti del crollo del comunismo: Karol Modzelewski
Gli anni ’80, nell’Europa comunista, s’aprirono e si chiusero nel segno della Polonia.
Nell’80 nacque Solidarnosc, chiave di volta della riscossa polacca e dell’Est tutto.
Nell’89 Varsavia suonò ancora la carica. La convocazione della Tavola rotonda tra partito, Solidarnosc e Chiesa, nel febbraio, delineò la road map per la svolta, consacrata poi alle elezioni “quasi-libere” di giugno, che sancirono il trionfo egemonico di Solidarnosc. La vittoria schiacciante della creatura di Walesa confermò che malgrado la legge marziale imposta nell’81 da Jaruzelski e gli anni della clandestinità il sindacato – termine riduttivo: Solidarnosc era qualcosa in più, una sorta di movimento “risorgimentale” – aveva continuato a infondere nella popolazione una strepitosa voglia d’indipendenza.
Sui cento seggi messi in palio al senato tramite la libera competizione, Solidarnosc se ne aggiudicò 99. I suoi candidati si fecero una bella scorpacciata anche al Sejm, la camera bassa, conquistando tutti gli scranni non occupati d’ufficio dai comunisti. Un diritto, questo, che i “rossi” s’erano riservati durante i negoziati sulla transizione. Lasciarli in vita per agguantare la democrazia: questo, in sostanza, il pegno che Walesa (poi eletto presidente nel ’90) e i suoi dovettero pagare.
L’89 polacco, apripista di tutti gli altri ’89 dell’Est, non fu un fulmine a cielo sereno. Fu, piuttosto, l’epilogo di una lunga storia di rivolte, insurrezioni patriottiche, repressioni, mediazioni, avanzamenti e indietreggiamenti.
L’89, come dire, fu “lungo”. A capire gli snodi di questa epopea ci aiuta Karol Modzelewski, medievalista di mestiere, maestro della dissidenza negli anni ’60, in gattabuia per le sue tesi eretiche tra il ’69 e il ’71, in seguito portavoce di Solidarnosc e ancora prigioniero politico, tra l’82 e l’84. La retrospettiva parte dal ’56.
In quell’anno gli operai di Poznan scioperarono e furono crivellati dalle pallottole dell’esercito.
Fu terribile, ma a suo modo la Polonia si salvò, evitando il bagno di sangue che invece toccò all’Ungheria, che sempre nel ’56 si sollevò e venne tragicamente piegata dall’Armata rossa. «Da noi – racconta a Europa Modzelewski – non ci fu guerra come a Budapest. La situazione non degenerò perché i sovietici mandarono al potere Gomulka, fautore del “comunismo nazionale”. Gomulka purgò qua e là, ma rimosse al contempo gli aspetti più duri dello stalinismo, lasciando alcuni spazi di libertà. La collettivizzazione delle terre fu limitata, alla Chiesa fu garantita una presenza nella società, la cultura non venne irreggimentata.
È così che la Polonia divenne la “felice baracca” del campo sovietico. Anche se più che di felicità, io parlerei di sopravvivenza».
La sopravvivenza della nazione, in quella fase, fu perseguita e assicurata da chi poté muoversi, operare e pensare in relativa libertà – riferisce il professore – nelle “oasi ecologiche” che Gomulka risparmiò dalla normalizzazione. «Intellettuali e preti difesero, ciascuno dalla sua postazione, valori e tradizioni della patria, sulla base del principio del “tessuto organico” ». Questo è un concetto che affonda le radici nel tardo ’700 e nell’800, quando i polacchi si ribellarono con le armi all’occupazione straniera.
Subendo sempre memorabili batoste.
Quella del 1863-64, a opera dei russi, la più cocente. È allora, argomenta Modzelewski, che prese piede il principio, d’origine positivista, del tessuto organico. L’idea era che la liberazione dallo straniero doveva essere rimandata a tempi migliori, attendendo contingenze più favorevoli. Nel frattempo bisognava perseguire la conservazione dei valori fondanti della nazione e difendere ogni sfaccettatura della “polacchità”. Questo compito spettava principalmente agli intellettuali, ai patrioti e alla Chiesa. Anche negli anni ’80 tale teorema divenne la bussola dell’opposizione.
Torniamo a Gomulka. La cui lungimiranza, negli anni ’60, svanì gradualmente. Le oasi ecologiche furono liquidate. Il regime, mostrando nuovamente la sua faccia peggiore, stroncò poi con la forza le proteste del ’68.
Mosca, allarmata, ordinò: via Gomulka, dentro Edward Gierek. La sua leadership, dice Modzelewski, fu segnata dal compromesso. «Gierek evitò la repressione, evitò di alzare i prezzi, evitò quasi sempre il conflitto sociale». Ma il suo vero “capolavoro”, ragiona il professore, è stato il negoziato diretto con gli operai dei cantieri navali Warski di Stettino, che nel ’71, in pieno sciopero, lo videro comparire all’improvviso alla cancellata. Gierek gli spiegò le buone intenzioni del partito, la volontà d’alleviare le sofferenze della classe proletaria e di migliorare il quadro economico. I lavoratori si fecero convincere e tornarono ai propri posti.
Tuttavia, quella che sembrò la grande vittoria di Gierek, spianò in realtà la strada alla rivoluzione di Solidarnosc nell’80. «Il negoziato con gli operai del ’71 creò un precedente. Se Gierek non fosse andato a Stettino, d’intavolare la trattativa tra Stato e lavoratori che portò alla nascita di Solidarnosc, non se ne sarebbe mai discusso», sostiene Modzelewski.
Il sindacato fece così la sua maestosa irruzione nella storia. E coagulando Chiesa, intellettuali, studenti e patrioti intorno alla sua base operaia, divenne la sintesi del tessuto organico. Lech Walesa, di quella norma positivista, si fece massimo interprete. «Avrebbe potuto portare la nazione al conflitto, sfidando apertamente il regime. Ma preferì sempre negoziare, trattare, ricercare forme di equilibrio, pazientare in attesa dell’attimo giusto. La sua tattica è risultata vincente. Gli si è rimproverato, ai tempi della Tavola rotonda, di avere concesso troppo ai comunisti. Ma ai sensi della legge sul tessuto organico, io dico che è stato meglio così. In Polonia oggi possiamo confrontarci sul passato proprio perché non c’è stata guerra civile. Se Walesa avesse ceduto a chi voleva tutto e lo voleva subito, le cose avrebbero preso un’altra piega». L’89, forse, sarebbe stato ancora più lungo.

Prosegue l’approfondimento di Europa sulla caduta del Muro di Berlino. Le prime tre puntate, scritte da Angelo Paoluzi, sono state pubblicate l’11, 18 e 25 agosto. – Continua

commenti (0)


INSERISCI UN COMMENTO:

nome
email
link

commento




gwcached,12

gwcached,12

gwcached,12