12 settembre 2009
Il presidente e la Chiesa di Roma
Obama, “catholic democrat”
Le voci su una possibile futura conversione al cattolicesimo di Barack Obama sono, appunto, soltanto voci, che in America fanno da contrappeso alla propaganda della destra estrema che ciclicamente alimenta le accuse di cripto-islamismo di Obama. Ma una realtà innegabile è che Barack Obama è il presidente più cattolico nella storia degli Stati Uniti: per certi versi il primo presidente cattolico, molto più cattolico di J.F. Kennedy, che nella campagna per le presidenziali del 1960 dovette relegare il suo cattolicesimo a una questione strettamente privata, quasi fosse un incidente legato alla sua discendenza irlandese. Diversamente da Al Smith (che alle presidenziali del 1928 venne sonoramente sconfitto anche a causa del suo cattolicesimo) e da John Kerry (che nella campagna elettorale del 2004 dimostrò una totale incapacità di relazionarsi con la gerarchia cattolica e con la questione religiosa in generale), Obama ha fin dall’inizio saputo articolare il discorso religioso con estrema abilità. Nel confronto con un cattolicesimo americano, che ha abbandonato la sua vicinanza storica al Partito democratico e da tre decenni a questa parte è diventato sempre più repubblicano, Obama si è distinto per la sua capacità di “parlare cattolico”: grazie al suo rapporto con Ted Kennedy (uno dei cattolici “impegnati in politica” che non aveva bisogno di impugnare il nome di Dio come un’arma) e con il cardinale Joseph Bernardin (arcivescovo di Chicago, la città razzialmente segregata e devastata dalla de-industrializzazione, in cui Obama si formò come “community organizer”), ma anche grazie ad un lavoro e alla ricerca su di sé narrata nella sua bellissima autobiografia.
La questione dell’aborto e la sua divisività all’interno dello scenario politico-sociale americano rappresentano il maggiore ostacolo per il rapporto tra Obama e la gerarchia cattolica americana, che è ancora in gran parte creatura dell’era Reagan- Wojtyla. Ma la capacità di Obama di parlare anche ai cattolici americani sui temi della giustizia sociale rappresenta una novità con cui il Vaticano ha saputo fare i conti molto prima dei vescovi americani e del cattolicesimo più neo-conservatore, bianco e repubblicano degli Stati Uniti, come ha dimostrato l’incontro di Obama con Benedetto XVI in Vaticano il 10 luglio 2009. Il discorso del 4 giugno da Il Cairo ha confermato la differenza essenziale tra le aberrazioni ideologico- religiose dello “scontro di civiltà” dell’amministrazione Bush e la raffinata teologia politica che anima la visione del mondo dell’amministrazione Obama.
Il teologo e storico gesuita John O’Malley ha evocato il concilio Vaticano II nel descrivere lo stile dialogico e la visione del mondo del presidente Obama. Senza dubbio il cosmopolitismo di Obama (nato nel 1961) è figlio di quell’epoca di cattolicesimo conciliare e post-conciliare che fu giudicato un evento epocale dalla penna (non certo sospetta di catto-comunismo) del politologo di Harvard Samuel P. Huntington.
L’esperienza umana e politica vissuta a Chicago – capitale della black politics come del cattolicesimo sociale americano – ha formato Obama non meno dell’infanzia trascorsa tra Hawaii e Indonesia, e gli studi tra la Columbia University a New York e Harvard a Boston. Non è quindi azzardato vedere in un presidente cristiano ma non cattolico come Obama una “cattolicità”, cioè la capacità di articolare alfabeto morale, istanze religiose e progetto politico all’interno della complessità del mondo contemporaneo e delle sue autodefinizioni identitarie e valoriali.
Sembra passato molto tempo da quando il cattolicesimo era una dimora spirituale ricca di implicazioni politiche, e non un’opzione di tattica politica a breve termine: ai più fieri combattenti della guerra fredda non era mai passato per la testa di convertirsi al cattolicesimo per meglio incarnare la loro laica lotta contro il comunismo.
Ma da quando lo “scontro di civiltà”, da ipotesi di scuola è diventato un’agenda politica grazie ai neoconservatori dell’era di G.W. Bush, il rapporto tra politica, geopolitica e cattolicesimo si è complicato. Se la conversione di Tony Blair (dichiarata non a caso dopo la fine del suo mandato come primo ministro) ha radici più familiari e culturali che ideologiche, altre illustri conversioni al cattolicesimo hanno avuto il sapore di un manifesto politico-ideologico. Nell’America di Obama, la recentissima conversione al cattolicesimo di Newt Gingrich (artefice della “rivoluzione conservatrice” del 1994 che azzoppò la presidenza Clinton) ha riassunto un recente fenomeno: l’avvicinamento alla Chiesa cattolica non come tradizione teologica e spirituale, ma come opzione ideologica - come se, nel secolo XXI, diventare cattolici fosse il modo migliore per dichiarare il proprio conservatorismo. In questo scenario, la presidenza Obama (al netto delle possibili, future conversioni alla Chiesa di Roma) rappresenta un’inversione di tendenza che dice molto del 44° presidente degli Stati Uniti, ma anche dell’America e del 54 per cento dei cattolici americani che lo hanno eletto.
Massimo Faggioli insegna Storia del cristianesimo nel dipartimento di Teologia della University of St. Thomas, Minneapolis / St. Paul