15 settembre 2009
La risposta non è Kadima
Scrive Biagio De Giovanni in A destra tutta: «Quando la cultura della sinistra cattolica ha incontrato in modo prevalente i comunisti, le cose, per la modernizzazione italiana non sono andate bene. I cattolici per essere riformisti, hanno avuto più bisogno di alleati come i socialisti, i repubblicani, i liberali. Il compromesso storico era più un modo per pacificare l’Italia che per cambiarla, cosa per certi aspetti fondamentale negli anni del terrorismo». Questa logica De Giovanni la vede riflessa, oltre che come rischio del Pd, nell’Unione, sorta «a difesa di un vecchio recinto e delle forze che lo avevano occupato legittimamente per decenni» e sviluppatasi «come se più democrazia ci fosse là dove ognuno che governi possa limitarsi a sostenere la propria posizione ». Per uscirne, De Giovanni invita alla coerenza col discorso del Lingotto, dove invece l’incontro tra quelle grandi tradizioni era combinata con una moderna cultura liberale, rispondendo anche a promesse fatte dall’attuale maggioranza e poi disattese: il terreno di una «nuova eguaglianza, quella dei liberi-uguali, non quello dei conformisti dell’uguaglianza, che sono infine, i protagonisti del grande egualitarismo corporativizzato».
Sia la Margherita sia i Ds avevano cercato di farsi carico di queste istanze.
La Margherita aveva superato la logica identitaria del solo fecondo filone del cattolicesimo democratico, da cui proveniva la gran parte dei suoi elettori e dirigenti, e si era positivamente contaminata con culture liberali.
Anche nei Ds era cresciuta un’analoga “attenzione” (tant’è che una componente, a cavallo con mondi esterni, si era denominata “Libertà Eguale”) e il gruppo dei Cristiano Sociali cofondatori era stato guidato da Pierre Carniti, che da segretario generale della Cisl era stato il principale protagonista, contro il Pci, del referendum sulla scala mobile.
Può il Pd essere meno innovativo di Ds e Margherita? Il rischio c’è. Non perché quelle esigenze non siano presenti a entrambi i candidati con chances di vittoria, o perché non manchino personalità consapevoli nell’una e nell’altra mozione. Tuttavia la differenza a livello macro c’è e si vede. La mozione Bersani ha iscritta nella propria costituzione materiale una nostalgia profonda per l’identità tradizionale della sinistra e per l’Unione.
Pur moderata nella versione finale, riemerge a ogni pié sospinto: contro le innovazioni sulla forma partito gli elettori sarebbero «invasori» (D’Alema), alle primarie per le cariche elettive vengono poste tali condizioni da renderle impossibili o inutili, all’Udc si guarda non come a un potenziale alleato nel bipolarismo, ma come a una protesi per conquistare elettori di centro e cattolici che si dispera di attrarre in proprio, anche rinunciando al bipolarismo. Per questo la presenza nella mozione Bersani di gruppi di cattolici modernizzanti a tutto tondo appare sostanzialmente marginale (lo è come singolo Enrico Letta, lo è il gruppo Bindi ma solo per la parte primarie e bipolarismo), ed essa sembra quindi in pieno ricadere nel limite indicato da De Giovanni. Viceversa la mozione Franceschini, anche sotto il profilo quantitativo, sembra realizzare in modo decisamente migliore l’incontro delle culture politiche di provenienza, la continuità pur nel necessario aggiornamento col Lingotto, anche se questi profili debbono ancora in larga parte essere sviluppati nel dibattito congressuale. Il successo di Franceschini aiuterebbe notevolmente, considerando anche il probabile smottamento di consensi dal Pdl, specie tra gli elettori cattolici.
Non ci sono alternative possibili a questa proposta, giacché essa resta l’unica valida, anche nel caso malaugurato in cui non dovesse prevalere a breve. Infatti il consenso cattolico maggioritario a Pdl e Lega non si è affatto verificato per motivi confessionali, per una presunta centralità dei temi di bioetica e affini, del tutto marginali nella scorsa campagna. Non a caso esso è maturato soprattutto nell’ampia fascia dei praticanti non regolari, meno vincolati ad appartenenze rigide, anche nei confronti della Chiesa, contrariamente a quanto sperato dai settori ecclesiastici più vicini all’attuale maggioranza, che vi hanno scorto erroneamente anche un consenso alle proprie posizioni ecclesiali.
Per questa ragione, come ha spiegato anche il sociologo Diotallevi, supporre che si possa usare la nostalgia per dirottare i delusi dalla maggioranza verso una nuova offerta centrista sedicente cattolica appare velleitario.
Anche l’idea di aggregare in una sorta di Kadima italiana, mista cattolico- laica, gli scontenti di entrambi i poli, comunque minoritaria e costretta a muoversi opportunisticamente, non sembra realistica. Per altro già si spaccherebbe al primo appuntamento parlamentare importante, quello sul testamento biologico. Ma soprattutto nel suo modo di essere, nel sistema politico che intenderebbe costruire, sarebbe l’esatto contrario di una forza modernizzante. Se col difficile bipolarismo italiano abbiamo avuto solo un biennio di decisionalità democratica europea, quello tra il 1996 e il 1998, qui avremmo un doroteismo permanente, quello che portò all’esplosione del debito pubblico.
Per questa ragione chi prospetta fughe dal Pd nel caso di un successo della mozione più arretrata, quella di Bersani, commette un grave errore politico: nel contestare una scelta sbagliata, ma comunque correggibile e reversibile sulla base della realtà dei fatti, finirebbe in un’altra a priori sbagliata e controproducente.