16 settembre 2009
Sabra e Chatila, la memoria di un massacro
La memoria, un altro giorno dedicato alla memoria, perché non si può non ricordare una strage, anzi la strage più efferata e agghiacciante della storia insanguinata della Palestina.
Alle 18 del 16 settembre del 1982, reparti falangisti entrarono nei campi profughi di Sabra e Chatila, a Beirut ovest. I miliziani cristiano-maroniti erano guidati da Elie Hobeika, feroce capomilizia filo-siriano. I suoi uomini, il 14 settembre, subito dopo l’attentato a Bashir Gemayel, leader dei maroniti, eletto presidente del Libano meno di un mese prima, si erano piazzati a ridosso dei campi palestinesi sotto lo sguardo indifferente e annoiato dell’esercito israeliano, che ad appena cento metri di distanza controllava la situazione.
Pochi giorni prima dell’attentato a Gemayel, la Forza multinazionale – americani, francesi e italiani – aveva abbandonato Beirut, lasciando una situazione esplosiva.
La Forza multinazionale era arrivata, dopo lunghe trattative, per consentire ai combattenti palestinesi asserragliati tra le rovine di Beirut-ovest, circondata dall’esercito israeliano, di lasciare il Libano senza incidenti, entro il 4 settembre. Quel contingente, messo insieme frettolosamente, doveva restare un mese, ma il segretario di stato americano, Caspar Weinberger, decise di anticipare il rientro dei suoi marine. Francesi e italiani fecero altrettanto: non ebbero altra scelta.
Quindicimila guerriglieri, a fine agosto, tra due ali di folla plaudente, si erano imbarcati portandosi dietro le armi leggere. Sharon, che, con il premier Begin, aveva ideato e guidato l’operazione “Pace in Galilea”, cioè l’invasione del Libano meridionale per proteggere gli insediamenti nel nord di Israele, tuonò che Arafat non era stato ai patti perché almeno 2000 guerriglieri palestinesi erano rimasti nei campi.
Vero, non vero? Fatto sta che il generale fece blindare Sabra e Chatila con carri e artiglieria pesante, i due campi storici di Beirut, dove molti palestinesi avevano cercato rifugio già dopo la proclamazione alle Nazioni Unite dello Stato di Israele, nel 1948.
I miliziani falangisti di Hobeika, all’imbrunire di un afoso tardo-pomeriggio di metà settembre, fecero il lavoro sporco, il lavoro di pulizia, che non potevano fare gli israeliani senza violare gli accordi: entrarono nei campi e ne uscirono la mattina del 18, sabato.
Un incubo durato 40 ore. Fotoelettriche e bengala israeliani avevano illuminato le due notti della mattanza, nessuno fece caso al crepitio dei mitragliatori, certo non raro in quel contesto. Eppure camion carichi di cadaveri andavano e venivano soprattutto di notte. Gli israeliani sapevano perfettamente quanto stava accadendo: avevano dato disco verde all’eccidio, osservando e registrando tutto. E naturalmente non mossero un dito.
Sabato mattina si sparse la voce tra gli inviati rimasti, non molti dopo la partenza della forza multinazionale, che qualcosa di terribile era avvenuto nei campi palestinesi: per tre giorni una massiccia cintura di sicurezza aveva tenuto tutti a distanza, niente trapelava.
La scena che si presentò davanti agli occhi di noi giornalisti, pur avvezzi agli orrori della guerra, fu terribile agghiacciante, impossibile da dimenticare ancora dopo 27 anni. Corpi di donne, uomini, vecchi, ragazzi, bambini, sgozzati e smembrati, qua e là accatastati, sangue che colava dalle soglie delle misere casette, l’odore terribile della morte che avvolgeva tutto, un silenzio assordante, rotto di tanto in tanto da qualche grido acuto.
Quanti morti? 450 secondo l’eserecito libanese, quasi il doppio secondo Tsahal, 1500 secondo la Croce rossa internazionale, 3500 afferma la ricostruzione meticolosa di un giornalista israeliano. Un numero che tragicamente ricorda quello delle vittime delle Torri Gemelle, vittime, quasi vent’anni dopo, dello stesso odio bestiale. Più di mille, comunque sono sepolti in una fossa comune, ora una piccola collinetta ai margini di Sabra. Quanti ne sono rimasti sepolti sotto le macerie delle casupole sbriciolate dai bulldozer, quanti portati via nei camion della morte? Con esattezza non lo sapremo mai.
L’America ancora ricorda con dolore e vergogna la strage compiuta dai marine a My Lai, in Vietnam: anche là nessuno sa quante furono le vittime innocenti, certo non più di 150.
Ma non è la dimensione del massacro, è l’orrore di una strage di innocenti, a margine di una guerra, voluta e pianificata. Per questo non si deve dimenticare, per questo oggi deve essere un’altra giornata della memoria.
Anche per stimolare la ripresa concreta di una trattativa israelo-palestinese, che coinvolga tutti i paesi dell’area, trattativa ancora sfuggente, nonostante qualche approccio più mediatico che reale.
Per la cronaca Elie Hobeika è morto, ucciso a Beirut con la sua scorta, da un’auto-bomba, il 14 gennaio del 2002, poco prima di recarsi davanti ad una corte penale belga a testimoniare sul coinvolgimento personale di Ariel Sharon nella strage di Sabra e Chatila.