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18 dicembre 2009

D’Alema annuncia una nuova fase

La prima premessa è che potrebbe essere tutto un falso movimento tattico, come capita spesso nella politica italiana. La seconda premessa è che qualsiasi ipotesi è chiaramente appesa a un filo esile, come sempre da quindici anni a questa parte quando ci sono di mezzo i calcoli e l’umore variabile di Silvio Berlusconi.
Detto ciò, una possibile svolta si è annunciata ieri nella forma atipica dell’intervista a un leader importante ma privo di cariche formali come D’Alema (torniamo a chiedere, senza malizia ma con sincera curiosità: davvero funzionano così le bocciofile?).
La svolta consiste nella decisione del Pd – in evidente asse con l’Udc di Casini – di portare a compimento il proprio processo di autonomizzazione dalle correnti estremiste della sinistra giacobina.
D’Alema dichiara l’esistenza di due populismi speculari, berlusconismo e dipietrismo, ma di fatto si dice disponibile a riformare le istituzioni con il primo dei due, a patto naturalmente che si liberi a sua volta delle ali farneticanti che si sono scatenate in questi quattro giorni di forzata degenza ospedaliera del Cavaliere, e che ancora trovano ospitalità quotidiana sul Giornale di Feltri.
La disponibilità del Pd non è nuova nei contenuti (fine del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, una riforma elettorale che metta fine all’indecenza delle liste bloccate) ma è avanzata in un momento del tutto particolare.
L’attentato di Milano da una parte ha fatto sprigionare l’estrema fiammata del settarismo italiano, interpretato sulle opposte estreme da Travaglio e da Cicchitto. Dall’altra però ha reso evidente il baratro spalancatosi davanti al sistema politico e alla società tutta. Un baratro che ha anche una precisa declinazione politica: le elezioni anticipate, fortemente volute dall’estrema destra feltriana, a fronte delle quali il tentativo per le riforme appare come l’unica alternativa, essendo impensabile per tutti – a cominciare dal Pdl, a palese rischio di implosione – di continuare ad andare avanti come prima del Duomo.
Il Pd si assume un bel rischio, di cui molto si discute negli organismi dirigenti e si discuterà da oggi nell’assemblea della minoranza a Cortona.
Per Bersani, s’è capito ieri, è essenziale che alla scelta di autonomia rispetto a Di Pietro corrisponda un’orgogliosa asserzione di ancor più forte autonomia rispetto alle pretese berlusconiane. Nell’intervista al Corriere (giornale, sia detto per inciso, fortemente impegnato a favorire l’apertura di questa nuova fase), lo stesso D’Alema anticipa quale sarà il refrain dei prossimi giorni: è ricominciato l’inciucio. Di cui infatti, a volerlo definire tale, ci sono tutti gli ingredienti: la materia istituzionale sul tavolo, il possibile scambio sulla giustizia (nella forma della leggina ad personam sul legittimo impedimento che certo il Pd non approverebbe e anzi contrasterebbe, ma senza Aventini), il ruolo chiave dei centristi, e infine il benevolo ma pericoloso riconoscimento verso «i moderati del centrosinistra » che Berlusconi ha voluto offrire non appena ha messo piede fuori dal San Raffaele.
Rispetto alla stagione sfortunata della Bicamerale, della quale D’Alema fu vittima, ci sono almeno tre grosse differenze. La prima è che il centrodestra (che allora era all’opposizione ma in una fase di forte controffensiva, nei primi anni della carriera politica del Cavaliere) si sente alla vigilia di un big bang ed è attraversato da dissensi e perfino da paure ancestrali di dissoluzione: il partito dei falchi è quello che ha strillato più forte in questi giorni dopo il Duomo, ma a nessuno è sfuggita la sicurezza di sé esibita da Fini, arrivata al punto di richiamare all’obbedienza gli ex di An. Insomma: il calcolo delle convenienze nel Pdl e nella Lega ora potrebbe far volare le colombe. Solo che questo non dipenderà da un normale processo politico, bensì, una volta di più, dall’autocratica decisione di uno solo.
La seconda differenza è data dal forte patrocinio che Napolitano concederebbe a una eventuale stagione di riforme. Stiamo parlando dell’unico politico italiano che goda di una fiducia ampia e trasversale nel paese. È noto quali siano le sue posizioni sia sulla prosecuzione della legislatura che sulla sua missione riformatrice: se solo il capo dello stato vedrà aprirsi uno spiraglio, non c’è dubbio che concederà una benedizione urbi et orbi. Circostanza non indifferente per gli umori dell’opinione pubblica di centrosinistra.
È qui infine che si concentra l’incognita più grossa, sicuramente quella che ci riguarda più da vicino. D’Alema si rammarica di essersi dovuto assumere l’onere di spiegare alla propria gente che in Italia non c’è alcun regime, mentre Berlusconi non ha mai fatto sforzi speculari.
È vero solo in parte: sono molti anni che nessun dirigente riformista accetta fino in fondo di sfidare la comprensibilissima irritazione e diffidenza degli elettori verso ipotesi di accordo col centrodestra, su qualsiasi tema.
Si citava prima il Corriere: impossibile non notare per contrasto quanti danni possa fare un Cicchitto nella sua intemerata contro Repubblica, nel dilettantesco tentativo di dividere ciò che non può e non deve essere diviso.
Il Pd vuole recuperare una faticosa autonomia non solo dagli estremismi politici ma anche dall’influenza dei gruppi editoriali (autentico assillo di D’Alema e di Bersani), ma anche un bambino capirebbe che se sulla strada delle riforme si mettesse di traverso un intero esercito di opinion-makers progressisti (quindi non Padellaro, Travaglio o Grillo), il cammino del Pd si farebbe improbo.
Proprio perché la vicenda – ammesso che si sviluppi – appare difficilissima, rimane da verificare un punto essenziale: il Partito democratico è unito sulla linea di Bersani proposta da D’Alema? Questa domanda rende denso di maggiori significati politici l’appuntamento di oggi e domani a Cortona, dove si riunisce Area democratica cioè l’aggregato di coloro che hanno sostenuto Franceschini nelle primarie.
Qui com’è noto siamo di fronte a un paradosso: Veltroni e Franceschini, ai loro tempi, guidavano un Pd allora disposto al grande salto acrobatico del confronto con Berlusconi. Sarà stato per i colpi presi nel voto e a inizio legislatura (enorme responsabilità del Pdl), sarà stato per l’incalzare di Di Pietro, le parti si sono rovesciate. Sicché la campagna di Franceschini per le primarie è stata aspra sul tema “non si dialoga”, e Veltroni si è riaffacciato sulla scena soprattutto per criticare la mancata adesione di Bersani al no-B day del 5 dicembre.
Sembra un secolo fa, sono solo due settimane. Il Duomo avrà cambiato le cose anche per Veltroni e Franceschini? Almeno per Veltroni, difficile.
Però per molti compagni di componente, la gran parte dei popolari, la linea dalemiana è istintivamente la propria. Ad altri piace la presa di distanza da Di Pietro. Per tutti è arrivato il momento della prima scelta importante dopo le primarie.
Metteranno tutti i paletti del mondo, ma alla fine le domande alle quali rispondere sono due: ci fidiamo di Berlusconi? Ci fidiamo di D’Alema? Se vi sembra di averle già ascoltate, avete ragione.

commenti (1)

da Giuseppe Castagnetti inviato il 18/12/2009 alle 20:43
i professionisti della politica fanno sempre i conti senza l'oste, in questo caso senza elettorato e senza Corte Costituzionale



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