23 dicembre 2009
Europa - A Parigi una conferenza organizzata dal German Marshall Fund e dallo Ied sulle relazioni transatlantiche
A vent’anni dall’89 l’America vista dall’Est sembra molto più lontana
Parigi
Come scriveva il Financial Times qualche giorno fa, i paesi dell’Europa centrale e orientale avevano molte date da commemorare in questo 2009 che volge al termine: il settantesimo anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale, il ventesimo della caduta del muro di Berlino, e il quinto del grande allargamento a est dell’Unione europea.
Ma non è stato un anno facile. La crisi economica non ha risparmiato nessuno tranne la Polonia (come ci racconta in questa pagina Matteo Tacconi), e quello che per decenni era stato il faro verso il progresso e la democrazia di questi paesi, l’America, sembra aver voltato la testa da un’altra parte, preoccupata soprattutto di Afghanistan, Medio Oriente e Cina. Per un presidente pur amatissimo da Lisbona a Kiev, figlio post-ideologico della fine della guerra fredda, l’Europa dell’est sembra aver perso la sua importanza geopolitica e simbolica. E d’altra parte in quell’Europa che alla vigilia della guerra in Iraq Donald Rumsfeld aveva lodato come “nuova” per differenziarla rispetto alla vecchia che, agli occhi del segretario alla difesa, voleva mettere i bastoni tra le ruote all’impresa americana a Bagdad, comincia a crescere un certo antiamericanismo, per qualcuno allarmante, per molti altri un semplice indice di “normalizzazione”.
Di tutto questo, delle relazioni transeuropee e transatlantiche e di quanto sia vera la percezione di un’America post-europea si è parlato pochi giorni fa a Parigi in un seminario dal titolo “Divided Europe: 20 years after.
Lessons for Tomorrow?”, organizzato dalla sede locale del German Marshall Fund, guidata da Francois Lafond, e dallo Ied, l’Institute of European Democrats diretto da Luca Bader.
Ricordando la lettera spedita a Washington, nel luglio scorso, da alcuni intellettuali e politici di spicco (soprattutto dissidenti del periodo della guerra fredda) dell’Europa centrorientale per chiedere all’America di riaffermare la sua vocazione di potenza europea, investire sulla rinascita della Nato e non abbassare mai la guardia sulle ambizioni russe nella regione, tutti i presenti al seminario concordavano sul fatto che sia stata l’idea di spingere il “reset button” con Mosca ad aver turbato i paesi dell’Est. Soprattutto perché nell’aprire a una distensione con la Russia, l’amministrazione Obama non ha pensato di dover consultare Varsavia, Praga, Budapest e i loro vicini.
«Forse non l’hanno fatto perché davano per scontata una risposta scoraggiante e negativa », ragionava, a margine della conferenza, David Kramer, oggi senior transatlantic fellow del GMF di Washington dopo aver trascorso, con diversi incarichi, otto anni al dipartimento di stato con Bush e prima ancora essersi occupato di affari eurasiatici per la segreteria di stato. Ciò non toglie che da parte americana ci siano stati pesanti errori di comunicazione. Come nel caso dell’abbandono, a settembre, del progetto del cosiddetto “scudo spaziale”, una decisione saggia secondo molti analisti presenti, ma di cui Varsavia e Praga sono state avvertite con una sbrigativa telefonata notturna. Un episodio che ha fatto salire la tensione al punto che l’amministrazione ha dovuto organizzare un “viaggio riparatore” del vicepresidente Joe Biden. D’altra parte le inedite tensioni con l’America non devono far dimenticare, si diceva al seminario, le responsabilità dell’Europa occidentale, la quale spesso tratta i nuovi arrivati come membri di serie B, e di una Nato in crisi di identità. Sullo scudo per esempio, «non è che i polacchi fossero entusiasti del progetto perché si sentono direttamente minacciati dall’Iran o dalla Corea del Nord – spiega Lucasz Lipinski, caporedattore esteri del maggiore quotidiano polacco, la Gazeta Wyborcza – ma perché si trattava di un investimento nella loro sicurezza. Bisogna considerare che dopo dieci anni nell’Alleanza atlantica la Polonia non ha una singola installazione Nato (ora ci sarà una base americana, prevista dall’accordo “sostitutivo” dello scudo, ndr)».
Detto questo, è comunque sbagliato, secondo molti dei conferenzieri, non spiegare e coinvolgere l’Europa nel reapprochment con Mosca. Del resto, come ricordava Lipinski, anche gli stessi paesi centrorientali stanno compiendo dei passi di avvicinamento nei confronti del temuto vicino, a cominciare dalla Polonia. Basterebbe – sosteneva il giornalista della Gazeta (ma non è certo poco) – che Washington facesse a Varsavia una promessa simile a quella fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha assicurato che ogni volta che andrà a Mosca si fermerà anche nella capitale polacca».
Un altro discorso è invece se e quanto stia pagando l’apertura americana alla Russia. A Parigi c’era chi si diceva convinto che se solo Obama usasse un po’ di più quella politica personale squalificata in otto anni di pacche sulle spalle bushiste, potrebbe trovare nel quasi coetaneo Dmitry un interlocutore importante, pronto a smarcarsi da Putin. Altri, come Kramer, facevano notare come non sia sufficiente che Washington spinga il reset button, se Mosca non fa lo stesso. E finora, nonostante l’innegabile cambiamento nei toni, grandi indicazioni in questo senso non si sono viste.