5 febbraio 2010
Incontro Putin-Tusk
Comincia da Katyn la distensione tra Russia e Polonia
I primi ministri di Russia e Polonia, nella foresta di Katyn, nelle vicinanze della città di Smolensk, sul luogo del massacro. Vladimir Putin e Donald Tusk.
Sarà la prima volta che governanti dei due paesi si recheranno insieme sul posto dove l’Nkvd, la polizia politica di Mosca, eseguendo gli ordini di Stalin, uccise nella primavera del 1940 migliaia di ufficiali dell’esercito di Varsavia, tra effettivi e membri della riserva, tutti imprigionati dopo l’invasione dell’oriente polacco da parte sovietica, avvenuta l’anno prima in seguito alla firma del patto Ribbentrop-Molotov.
A Katyn furono giustiziati quattromila polacchi, reclusi nel campo di prigionia di Kozielsk. Ma molti altri persero la vita. Altri 18mila, a essere precisi. Altrove, nelle radure ucraine e bielorusse o all’interno di strutture carcerarie e campi di reclusione. Tutti simultaneamente, nel giro di pochi giorni, in quella che è stata una vera e propria decapitazione dell’intellighenzia polacca che sui libri di storia, appunto, viene comunemente ricondotta sotto il segno di Katyn.
La notizia dell’incontro tra Putin e Tusk, confermata dai portavoce del primo ministro russo, che hanno riferito di come il primo abbia invitato il secondo e di come quest’ultimo abbia subito accettato, è di grande rilevanza. Può segnare uno spartiacque, aprendo la via alla riconciliazione. Perché Katyn è una delle questioni, se non la questione, che condizionano in negativo le relazioni tra la Polonia e la Russia e che hanno impedito, dopo il 1989, di sviluppare un dialogo proficuo.
Gorbaciov, nel 1990, ammise le responsabilità sovietiche.
Ma le autorità russe, in seguito, hanno sempre evitato di parlare di genocidio, come richiesto da Varsavia. Al massimo hanno descritto i fatti di Katyn come “crimine politico”, rifiutando comunque di aprire gli archivi di stato. In Russia, poi, c’è chi continua ancora a sostenere che a uccidere i polacchi siano stati i nazisti nel 1941, dopo l’invasione dell’Urss.
La rupture, secondo Paolo Morawski, saggista, storico e autore del libro Polonia mon amour (Ediesse), cade nella pienezza dei tempi. «La Russia capisce – spiega Morawski a Europa – che se intende avere buoni rapporti con l’Ue nel suo complesso, perché questo le conviene indubbiamente sia politicamente sia economicamente, non può avere cattivi rapporti con i singoli membri dell’Unione. Il passo su Katyn suggerisce che la Russia, anche davanti alle ulteriori evidenze emerse di recente a riguardo di quelle mattanze dagli archivi ucraini e bielorussi, riconosce alla Polonia e in generale potremmo dire all’oriente comunitario, l’appartenenza piena all’Europa e prende coscienza dei nuovi assetti, adeguando il suo linguaggio».
Ma c’è dell’altro, di meno “politico”. «L’affrontare il tema di Katyn rientra a mio avviso in una riflessione complessiva sulla Seconda guerra mondiale. La generazione che l’ha vissuta sta scomparendo e c’è un passaggio generazionale, che invita a liberarsi del portato scomodo della storia e stimola la ricerca di verità. Katyn rientra in questo contesto. Che vale non soltanto per la Russia».
Sul lato polacco, l’incontro di aprile premia l’opzione del dialogo predicata da Donald Tusk, discostatosi dalla linea del predecessore Jaroslaw Kaczynski e da quella del gemello, il presidente della repubblica Lech, entrambi votati a una certa aggressività sul piano della memoria, anche nei confronti della Germania.
Tusk, dopo essersi insediato al potere, ha infatti creato una “commissione per gli affari difficili” con la Russia, presieduta dall’ex ministro degli esteri Adam Rotfeld.
«Il lavoro della commissione è avvenuto in silenzio, dietro le quinte. Ma ha premiato», argomenta Morawski, cogliendo in questo disgelo polacco-russo il proseguimento di altri disgeli che Varsavia ha avuto negli anni precedenti: quello con la Germania e quello con l’Ucraina. «Seguendo le orme franco-tedesche, i polacchi hanno ricucito con i tedeschi e con gli ucraini, adesso lo fanno con i russi. Segno che il dialogo è sempre una carta vincente e che l’idea di Europa, questo dialogo sa sempre incanalarlo sui giusti binari».