9 febbraio 2010
Perché Immunology fa proseliti eccellenti
Le guarentigie parlamentari piacciono a tutti: torna d’attualità l’idea dei padri costituenti.
Se i saggi padri costituenti avevano previsto l’immunità parlamentare che fu abrogata soltanto nel 1993 nel clima d’isteria dell’Italia delle tricoteuses, ai tempi di Mani pulite, perché mai si dovrebbe urlare allo scandalo se l’istituto di guarentigia fosse ripristinato, ben riveduto e corretto? Difficile trovare argomenti che perforino la corazza di questo semplice ragionamento: sul quale si fonda, come acciaio in una colata di cemento armato, il solido credo di quella che nei corridoi del Transatlantico chiamano Immunology, una sorta di setta trasversale che teorizza il ritorno dell’immunità parlamentare.
Fiumi d’inchiostro sono stati finora versati sull’accademico tema dell’immunità per gli onorevoli.
Ma con l’approvazione alla camera (e presto al senato) del legittimo impedimento tutto è improvvisamente cambiato e l’ipotesi di scuola s’è trasformata in una possibile e ravvicinata prospettiva. Sì perché il legittimo impedimento che consente a Berlusconi di sottrarsi ai processi è una legge-ponte valida soltanto per diciotto mesi. Ma un ponte verso che cosa? Verso un’immunità parlamentare che coprirebbe l’eletto Berlusconi al pari di tutti i suoi altri 951 colleghi o, invece, verso un lodo Alfano bis, stavolta di rango costituzionale, che faccia da scudo alle massime quattro cariche istituzionali? Due giorni fa il ministro Alfano ha spiegato che il governo vuol tenere aperte «entrambe» le strade.
Adducendo, a sostegno del lodo, un’inedita motivazione che non poteva certo passare inosservata: «Un lodo bis varrebbe in ipotesi anche per un presidente del consiglio che non fosse parlamentare.
Andrebbe a colmare una fattispecie differente rispetto al presidente del consiglio deputato o senatore». Perché mai Angelino Alfano, noto per essere più berlusconiano di Berlusconi, ha evocato il caso di un premier tecnico? Le parole del ministro sono solo uno specchietto per le allodole o c’è dell’altro? Dietro l’angolo, a destra, c’è un premier tecnico per il quale il Cavaliere ritiene comunque utile prevedere una blindatura? Gianni Letta? Luca Cordero di Montezemolo? Nella fase che s’aprirà dopo le regionali fino alle politiche del 2013 da Grande bonaccia delle Antille (per citare il racconto metafora di Italo Calvino sul fronteggiarsi tra la flotta del Pci e i galeoni della Dc), tutto è possibile.
Ci sarà modo di studiare le manovre delle armate navali e degli ammiragliati del Pd e del Pdl che scatteranno dopo marzo.
Ma in attesa del voto non tutto è immobile: giorno dopo giorno sembra crescere il fronte bipartisan per l’immunità parlamentare. Ieri Nicola Mancino (numero due del Csm presieduto da Giorgio Napolitano) ha posto tra le condizioni per un sì all’immunità una maggioranza tra il 60 e 65 per cento per «respingere le richieste di autorizzazione a procedere» delle procure. Luciano Violante, per il Pd, ha rilanciato le condizioni della finiana Giulia Bongiorno (Fini ha aperto uno spiraglio alla nuova immunità) come l’esclusione dei reati già commessi, aggiungendo altri paletti, tra cui la validità «per un solo mandato». Nel Pdl c’è maretta: i falchi forzisti già contestano i paletti dei finiani. Ma sono solo schermaglie: le navi sono ancora all’ancora. Il Pd di Bersani e Violante ripete il no a leggi ad personam come il lodo e colloca un’eventuale immunità nel contesto delle altre riforme istituzionali ed elettorale. A favore dell’immunità c’è, da sempre, Casini. Ma anche personalità come Oscar Luigi Scalfaro, l’ex pm di Mani pulite Gerardo D’Ambrosio e magistrati come lo storico leader di Magistratura democratica Vittorio Borraccetti, procuratore capo a Venezia.
Basta non tornare agli abusi di prima del ‘93, ammoniscono tutti. Se vi par poco. Forse è solo un gioco di specchi. Ma fino a qualche mese chi mai l’avrebbe ritenuto possibile?