9 febbraio 2010
Vaticano in balia della politica
«Our hope is the pope», recita un vecchio motto del cattolicesimo papista. Questa ricetta da banco dell’ultrasecolare cultura istituzionale della Chiesa rischia di diventare anche il motto di quanti osservano lo stato attuale dei rapporti tra curia romana e Chiesa italiana.
La speranza, anche in quartieri che dal punto di vista teologico hanno ben poco in comune tra loro, è vedere il papa esercitare senza troppi riguardi i pieni poteri di cui è dotato, e fare finalmente pulizia. Ma la soluzione “papista” rischia di aggravare il problema senza risolverlo. «Fare pulizia nella Chiesa» era il programma che il cardinale Joseph Ratzinger enunciò durante la Via crucis al Colosseo nell’aprile 2005, appena prima della morte di Giovanni Paolo II. In quel discorso Ratzinger era riuscito a far passare in secondo piano il fatto che la curia romana, che stava accusando di essere un nido di carrieristi, era il centro direzionale della Chiesa cattolica universale di cui, come cardinale braccio destro di Giovanni Paolo II per oltre un ventennio, aveva diretto con grande autonomia la politica dottrinale. Come ogni buon politico di inizio XXI secolo, alla vigilia del conclave il cardinale Ratzinger si era presentato come un outsider, diverso dagli insider e dai professionisti dell’establishment del Vaticano, estraneo all’ethos della Wall Street del cattolicesimo mondiale.
A cinque anni dal quel discorso programmatico, il tono del papa verso la curia è ovviamente cambiato. Ma la questione del rapporto tra il Vaticano, la Chiesa e la società tocca anche l’agenda istituzionale di questo pontificato.
Il Concilio vaticano II tentò di riformare la curia romana per uscire da una struttura della curia come “corte” del papa, e per questo motivo (più che motivi teologici) la curia fu uno degli avversari, quasi la “leale opposizione” di fronte all’autorità dell’aula conciliare. La sola vera innovazione che la curia accettò dal Concilio e da Paolo VI fu la “internazionalizzazione”, ovvero l’accesso di personale ecclesiastico non italiano (cardinali, vescovi, monsignori, religiose, e pochi laici) ai vari livelli. Questa internazionalizzazione ha evidenziato molti limiti, come è chiaro alla luce degli ultimi eventi. Non solo perché il direttore dell’Osservatore romano e il segretario di stato sono italiani, istituzionalmente e biograficamente figli del mondo curiale romano, ma perché curia e mondo “politico” (in senso lato) italiano sono ancora molto prossimi: molto più di quello che si vorrebbe da parte delle due ali del nuovo purismo cattolico – dei cattolici più liberal e anticoncordatari da una parte, dei papisti che nutrono un’immagine angelicata e antipolitica del papa dall’altra.
In questo legame tra Italia e Vaticano c’è sicuramente una continuità col passato. Ma l’elemento di novità è la debolezza dell’Oltretevere, in capite et in membris, davanti alle provocazioni e alle finzioni della politica italiana.
Nei momenti di massima crisi della storia italiana recente, dal 1943 al 1978 al 1992, il papato aveva sempre funzionato come istanza morale e simbolica di supplenza rispetto a un tessuto politico lacerato. Anche grazie a una “cultura d’azienda”, quella del Vaticano, che riusciva a mantenere un’integrità (almeno di facciata) anche di fronte alle spaccature interne, la Chiesa esercitava una “sovranità speciale”, un’“alta sovranità” di cui aveva parlato Adriano Prosperi nell’introduzione ai suoi Tribunali della coscienza.
Oggi tutto questo sembra essere passato: è tramontato quello spirito di corpo che metteva la credibilità della Santa Sede e della “parola del papa” davanti a qualsiasi altra agenda – di carriera, di ideologia politica, di appartenenza a questo o a quell’ordine religioso o movimento ecclesiale. Si tratta di un cambiamento epocale, che ha a che fare non con l’internazionalizzazione del personale della curia romana, ma col mutare incerto della cultura istituzionale della Chiesa romana, e anche con le imprudenti frequentazioni dell’ultimo quindicennio tra politica italiana e gerarchie ecclesiastiche sopra la testa dei cattolici italiani.
Nessuno si augura la sostituzione della sovranità del popolo italiano con l’“alta sovranità” del papato. Ma agli occhi di larga parte dei cattolici italiani è urgente un cambio di rotta, per il bene dell’Italia e della Chiesa. La diaspora politica dei cattolici dalla Dc e dall’Azione Cattolica richiede una nuova articolazione del laicato italiano: come ha ricordato di recente Enzo Bianchi (su La Stampa del 7 febbraio), c’è bisogno di «uno spazio assembleare in cui i laici cattolici possano trovarsi per confrontarsi regolarmente, dibattere e cercare il principio evangelico, un luogo di ascolto reciproco e di dibattito a livello pre-politico e preeconomico ». Un esempio esiste, ed è quello del “Comitato centrale dei cattolici tedeschi”, forum permanente a guida elettiva laicale, che raccoglie i cattolici impegnati nella società e nella politica, in associazioni, movimenti, partiti, sindacati, università. Il “Comitato centrale dei cattolici tedeschi” è un modello di rappresentanza dei cattolici che costituisce una delle ricchezze della Chiesa tedesca da cui proviene Benedetto XVI, e che aiuterebbe il cattolicesimo italiano a non cadere nella tentazione di una sempre maggiore concentrazione clericale del potere, sia pure motivata con l’esigenza di fare pulizia nella Chiesa.
Alla luce dei risultati del “progetto culturale” ruiniano, è evidente che la Chiesa italiana deve ridare spazi di autonomia, creatività e responsabilità al suo laicato. Il cardinale Bagnasco due settimane fa esprimeva il sogno di una nuova generazione di cattolici impegnati in politica: la traduzione in realtà del sogno di Bagnasco comporta la ricerca di vie nuove per la presenza sociale e politica del cattolicesimo italiano.
Anche i laici sognano.