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9 marzo 2010

Mosca, delusa, aspetta i giochi del 2014

Sochi d’oro

Per la Russia i Giochi invernali di Vancouver dovevano essere la prova generale in vista di quelli che si terranno in casa, a Sochi, nel 2014.
Ma niente. È andata malissimo.
Tre ori, cinque argenti e sette bronzi. Sesto posto nel medagliere olimpico. Bottino misero. Nettamente inferiore alle aspettative. Fiasco che più fiasco non si può. Catastrofe.
Adesso i russi nutrono qualche ragionevole dubbio sulle prossime Olimpiadi. Sochi 2014 sarà anche una prestigiosa vetrina internazionale, un’occasione per dimostrare al mondo intero la forza della nazione russa. Però senza i risultati sportivi addio sogni di gloria, ha sottolineato in questi giorni la stampa di Mosca, piuttosto inviperita con i responsabili della fallimentare spedizione canadese, accusati di avere disperso nei meandri della burocrazia le palate e palate di rubli che il governo ha stanziato per la preparazione degli atleti.
Il presidente Dmitry Medvedev ha assecondato la rabbia dei giornali e dell’opinione pubblica intimando al numero uno del comitato olimpico Leonid Tyagachev e al ministro dello sport Vitaly Mutko, sul cui curriculum grava anche l’esclusione della nazionale di calcio dai mondiali in Sudafrica (la “grande” Russia ha perso lo spareggio con la “piccola” Slovenia), di rassegnare le dimissioni.
Tyagachev lo ha fatto, qualche giorno fa. Mutko ancora no. Ma ha le ore contate, si dice e si scrive ovunque.
La purga lanciata da Dmitry Anatolevich riflette lo stato d’animo della nazione, la delusione di Vancouver e la paura che Sochi 2014, più che testimoniare la grandezza russa, passerà alla storia come una brutta batosta. Ma quella di Medvedev è anche una mossa politica. Tyagachev e Mutko sono infatti fedelissimi dell’ex presidente e oggi primo ministro Vladimir Putin, che rimane sempre, anche se formalmente subordinato a Medvedev, l’uomo più potente del paese. Attaccarli a testa bassa è stato il modo in cui l’attuale inquilino del Cremlino, secondo gli osservatori, ha fatto notare al predecessore che la Russia non è solo roba sua e che chi sbaglia, anche se protetto da amicizie altolocate, deve pagare. L’impressione è che la sfida tra i due, imperniata intorno all’ormai chiaro tentativo medvedeviano di provare a dettare i ritmi dell’agenda smontando pezzetto dopo pezzetto il “sistema Putin”, passi anche per le vicende sportive.
L’impressione, poi, diventa sempre meno impressione e sempre più certezza se si considera che Sochi 2014 è stata un’operazione ideata e condotta proprio da Putin. Il quale, ricorda il sito di analisi politica Russia Profile, pur di portare le olimpiadi a casa – nel senso nazionale e domestico, visto che a Sochi sorge una sua dacia – andò personalmente in Guatemala, dove nel 2007 il Comitato olimpico internazionale si riunì in conclave per decidere a chi assegnare i giochi, arringando i membri dell’organizzazione.
Addirittura in lingua inglese.
Cosa che Putin fa molto raramente.
Gli spin doctor del Cremlino, è sempre Russia Profile a segnalarlo, trasformarono allora la vittoria guatemalteca nell’esaltazione, elevata a potenza, della persona di Vladimir Vladimirovich. Vincente e infallibile.
Visto com’è andata a Vancouver, c’è il rischio concreto di sconfitta e fallimento. Medvedev cerca ora di invertire la tendenza.
Prendendo in mano la questione Sochi, sottraendola al monopolio esclusivo del rivale e assicurandosi che i vivai sfornino veri campioni. Così da giovarsi, in futuro, dei trionfi olimpici. Se ci saranno, i trionfi.
Perché non è detto che il fiasco di Vancouver dipenda dall’incompetenza degli uomini di Putin. Può anche darsi che gli atleti russi siano davvero delle schiappe.

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