11 marzo 2010
Più che impedimento è uno spartiacque
Trentunesimo voto di fiducia ma per la prima volta su una legge del parlamento.
Era il 26 febbraio scorso, il giorno dopo la sentenza con cui la Cassazione ha sancito che la corruzione dell’avvocato Mills ci fu ma è andata in prescrizione, che il premier dopo essersela presa di nuovo con i «giudici talebani» disse che comunque «il processo andrà avanti e io voglio venirne fuori con una assoluzione piena come è giusto che sia». Temi da campagna elettorale, appunto, e infatti era in Liguria a sostenere il leghista Cota. Già contava, Berlusconi, sul salvacondotto in pista al senato, il legittimo impedimento che ieri è stato approvato tra le dure proteste di tutte le opposizioni in senato e fuori del popolo viola.
Ma non pensava di arrivarci così in affanno, tanto da essere “costretto” a porre la trentunesima fiducia sul suo governo: il “pasticcio” delle liste elettorali non era ancora scoppiato, il braccio di ferro con Napolitano non si era ancora consumato, i sondaggi non decretavano il calo di consensi per i troppi errori accumulati anche dalla sua classe dirigente.
Il disorientamento del centrodestra, certo misto ad arroganza, deve essere tale da lasciarsi sfuggire anche l’occasione, per una volta, di conquistarsi la benevolenza di parte dell’opposizione e tentare di aprire una corsia all’equilibrio parlamentare. Era stata l’Udc a porgli su un piatto d’argento alla camera la “soluzione” temporanea del legittimo impedimento come «male minore» rispetto al processo breve. Ma prima la sua estensione anche ai ministri e poi la richiesta del voto di fiducia, posto per la prima volta su una proposta di origine parlamentare, hanno condotto anche l’Udc a votare contro. È chiaro che è «cambiata la prospettiva» diceva ieri D’Alia chiedendo spiegazioni: «A cosa è funzionale questa iniziativa del governo oppure è tutto frutto di improvvisazione? ».
Il mix di tensioni si è tradotto in imbarazzo costringendo il presidente del consiglio a fuggire dal confronto parlamentare così come fugge dai processi che lo coinvolgono grazie all’ennesimo provvedimento dichiaratamente incostituzionale fatto votare da una maggioranza blindata. Inutilmente il Pd ha chiesto che venisse in senato a «metterci la faccia» su una legge che lo riguarda da vicino.
A stento è riuscita a ottenere la presenza silente del guardasigilli Alfano. È un fuggi fuggi generale il cui sintomo, sottolineava non a caso ieri il vicepresidente dei senatori dem Zanda, «è la linea del silenzio»: «C’è un ordine di non parlare e di approvare il provvedimento così com’è. È l’ultimo tassello di sgretolamento dello stato».
Il punto è, rincara una particolarmente dura capogruppo Finocchiaro, che di fronte alla crisi che morde milioni di italiani e di imprese «il governo mette come punto essenziale del proprio programma, tale da porre la questione di fiducia, il legittimo impedimento». E chiosa: «È davvero un agire di stampo autoritario che non tiene in alcun conto nessuna regola ». E dunque, è davvero netto lo spartiacque tra maggioranza e opposizione creato ieri con questo provvedimento e con queste modalità di approvazione.
Se tutto questo sia un cambio di passo della strategia del governo è da vedere: chiudendo la strada del dialogo parlamentare si apre quella della contrapposizione frontale. Il clima da campagna elettorale “aiuta” ma la sensazione, percepibile ieri al senato, è che la radicalizzazione dello scontro è quasi inevitabile.
A chi possa giovare non è chiaro. Certo l’ennesimo invito per le riforme rivolto ieri, in occasione dell’Anno giudiziario forense, dal presidente Napolitano a «non cedere a contrapposizioni e preconcetti il cui unico effetto è quello di creare tensioni istituzionali e sfiducia e sconcerto tra i cittadini » suona oggi come il canto del cigno.