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17 marzo 2010

Lo “scivolone” di Putin apre la strada a Medvedev

Russia Unita ridimensionata dal voto locale un’occasione per il presidente
Meteora o fenomeno? Vassallo di Putin o zar vero? Zelante notaio o virtuoso decisore? Quando vinse le elezioni del 2 marzo 2008 i cremlinologi si chiesero che tipo di presidente Dmitry Medvedev sarebbe stato, cercando di capire se avrebbe messo il suo timbro sull’agenda politica o se al contrario avrebbe recitato il ruolo di comprimario, lasciando che Putin, nelle sue nuove vesti da primo ministro e capo di Russia Unita, partito egemone della Russia, continuasse a fare quello che gli è più consono: comandare.
Oggi, a due anni dal cambio della guardia al vertice dello stato, con altri due prima delle presidenziali del 2012, i cremlinologi non si sono ancora fatti un’idea precisa sulla caratura di Dmitry Anatolevich.
Il capo dello stato ha sdoganato istanze di cambiamento e alimentato aspettative, ha promosso la riforma di un esercito ingessato, di una polizia avvezza agli abusi e di un sistema giudiziario marcio e politicizzato, ha lanciato crociate contro la corruzione e a favore della libertà di stampa, ha speso fiumi di parole sul bisogno di svecchiare l’apparato industriale giurassico della Russia e di sostenere la piccola e media imprenditoria. Condensando poi il tutto in un manifesto, reso pubblico nel settembre scorso, incentrato su due parole chiave suggestive – liberalismo e modernizzazione – e capace di squadernare il desiderio di smarcarsi dall’ombra di Putin e di distanziarsi dal sistema, economicamente pesante e politicamente conservatore, che quest’ultimo ha forgiato.
Eppure nessuna delle iniziative messe in campo ha ancora germogliato. È così che le domande sollevate su Medvedev al momento del passaggio di consegne con Vladimir Vladimirovich sono sempre le stesse: meteora o fenomeno, vassallo o zar vero, zelante notaio o virtuoso decisore? Dmitry non ha inciso sul piano concreto, ma ha però una seria attenuante: la crisi economica. Mosca l’ha risentita, eccome.
Il Pil è sceso di sei-sette punti, la produttività ha subito notevoli ripercussioni, le esportazioni pure. Così come i livelli occupazionali. In un simile contesto i processi di riforma stentano inevitabilmente a carburare. Ci si deve concentrare sulla cura ricostituente, rallentando il change.
Oltre ai limiti imposti dalla crisi c’è da tenere conto del “fattore psicologico”. È che la storia della Russia dimostra che i grandi cambiamenti vanno introdotti a piccole dosi, pena catastrofi politiche e successive restaurazioni. L’epoca contraddistinta dalla perestrojka di Gorbaciov prima e dalle riforme economiche e civili di Eltsin né è la riprova, avendo portato al crollo dell’Urss e al ritorno poderoso del conservatorismo, incarnato da Putin. Medvedev sa dunque che la sua Russia moderna e liberale è un edificio da costruire pazientemente, assemblando i vari pezzi senza fretta, evitando bruschi scossoni e navigando a vista.
Se vuole innescare il cambiamento deve prima rosicchiare potere a Putin. In otto anni al Cremlino l’ex presidente ha costruito una vasta rete di alleanze, amicizie e interessi, modellando la Russia a sua immagine e somiglianza.
Di farsi da parte, poi, non ha la minima intenzione.
Il fatto che abbia preso le redini di Russia unita, il partito in cui il sistema Putin si riversa, lo conferma.
Controllandolo, Vladimir Vladimirovich continua a mantenere la sua grande influenza, anche dopo il trasloco dal Cremlino alla Casa Bianca (che in Russia è la sede del governo).
Il compito di Medvedev è arduo. Scardinare il putinismo nel breve periodo è impensabile. Ma lavorarlo ai fianchi è possibile e quello che sta facendo il capo dello stato è proprio questo. Uno degli strumenti di cui si serve è quello delle nomine ai vertici dell’amministrazione. Qui l’inquilino del Cremlino sta cercando di liberare alcune scrivanie, piazzando al posto dei siloviki – gli ex agenti del Kgb, pretoriani di Putin – i cosiddetti civiliki, funzionari d’estrazione civile, come suggerisce il soprannome della categoria. Ma anche su questo fronte la cautela è d’obbligo.
Perché i siloviki sono capaci di fare massa critica e ostacolare l’agenda di Medvedev, come potrebbe accadere con la riforma della polizia, sbandierata secondo gli osservatori in maniera troppo arrembante e condita dalla minaccia, ammantata di populismo, di lasciare a spasso pezzi grossi del ministero dell’interno. Medvedev deve attendere.
Attendere a aspettare il momento propizio per sferrare l’attacco. Com’è successo con la rimozione del parassita putiniano Leonid Tyagachev, presidente del comitato olimpico, che ha licenziato cogliendo nella figuraccia degli atleti russi alle olimpiadi invernali di Vancouver il pretesto per farlo. Tyagachev non è un peso massimo del putinismo, si dirà. Ma l’apparenza inganna. Il settore sportivo è infatti uno dei bastioni dello stesso putinismo, visto che l’assegnazione dei giochi invernali del 2014, in programma a Sochi, è stata un’operazione pensata e orchestrata proprio da Vladimir Vladimirovich.
Il sigillo alla sua presidenza e insieme il simbolo del prestigio della sua Russia. Cacciando Tyagachev, Medvedev ha assestato una bella sberla al rivale.
Ora c’è un altro momento favorevole da sfruttare: lo scivolone di Russia Unita alle amministrative di domenica scorsa, che hanno interessato otto regioni della Federazione e 33 milioni di elettori, un terzo esatto del totale degli aventi diritto.
Il partito putiniano, abituato a incamerare consensi bulgari asfaltando le opposizioni, ha fatto cilecca. Ha sì ottenuto la maggioranza, ma ha perso diversi punti percentuali rispetto alle precedenti tornate, lasciando al partito Russia giusta il controllo di importanti città quali Krasnodar, Omsk e Rostov-na- Donu e ai comunisti, in forte ascesa, quello di Irkutsk, importante centro degli Urali. Per quanto Russia giusta eserciti un’opposizione fiacca, il risultato dice che gli elettori hanno punito il partito di governo e quindi il primo ministro. Del quale, chissà, hanno iniziato a stancarsi.
Medvedev deve approfittare della situazione.
Perché il tempo corre via veloce, le presidenziali del 2012 sono alle porte e Putin potrebbe riscendere in campo, come lui stesso ha spiegato. I sondaggi dicono che se si votasse domani regolerebbe Medvedev, anche a fronte del calo di popolarità che sta patendo. È vero che la rivoluzione liberale ha bisogno di tempo. È vero che pazientare è una virtù. Ma pazientare troppo, a Dmitry, potrebbe costare il trono.
È il momento di andare oltre la propaganda liberale. Di tirare anche di spada e non solo di fioretto.

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