L’uomo fiammifero è il sogno ad occhi aperti di un bambino. Ma è anche il sogno realizzato di un regista, Marco Chiarini, che ha fortissimamente voluto portare la fantasia infantile sul grande schermo, nella sua accezione non edulcorata e inarrestabilmente creativa. L’uomo fiammifero (un film, e anche un libro) racconta la storia di Simone, undicenne che cresce con il padre nella campagna abruzzese compiendo tutte le piccole grandi imprese di un ragazzino della sua età, attraverso immagini cinematografiche (gli attori sono tutti credibilissimi esordienti, tranne Francesco Pannofino nel ruolo del padre di Simone) ma anche disegni infantili animati in modo artigianale, oggetti filmati in stop motion e scritte in sovrimpressione, con un gusto del gioco che ricorda il cinema di Michel Gondry o di Tim Burton. I mezzi, è evidente, sono limitatissimi, ma la fantasia non manca, né soprattutto manca la capacità di descrivere il mondo attraverso gli occhi di un ragazzino, con tanto di amici mitizzati (eccezionale Ocram, il bambino che parla al contrario e che da vecchio diventa sempre più giovane), fidanzatine con cui si comunica a base di dispetti e sfide, il rivale poco più grande trasformato nel Cattivo per anotnomasia, gli animali non certo disneyani ma anzi capaci di ferocia e assai temibili. Il mentore immaginario di Simone è l’uomo fiammifero, creatura della sua immaginazione capace di “illuminare” i pericoli e aiutarlo ad affrontare i dolori della quotidianità, come l’assenza di una madre scomparsa prematuramente e la ruvidezza di un padre impreparato a gestire da solo l’educazione del figlio. L’uomo fiammifero è stato molto applaudito al festival di Giffoni ed è diventato un piccolo cult grazie al passaparola, fondamentale per un film che può contare solo su una distribuzione autogestita dagli spettatori, e ben illustrata sul sito
www.socialdistribution.org.