8 aprile 2010
Ricostruiamo il partito, l’alternativa non si vede
Anche in queste elezioni i risultati hanno fotografato la stessa nuova antropologia elettorale dell’Italia che avevamo intrecciato nelle elezioni del 2008 e 2009. Gli italiani sono sempre meno interessati a “questa” politica, votano sempre meno, non riescono a vedere o a credere a una possibilità alternativa di governo rispetto alla destra, e, nella destra, considerano sempre più interessante la Lega rispetto al Pdl. Almeno al nord dove questa distinzione è praticabile.
La secolarizzazione delle culture (anche quelle non ideologiche) da un lato e la globalizzazione dall’altro hanno progressivamente rimpicciolito l’orizzonte degli interessi della maggior parte dei cittadini e la mancanza di leadership etiche e politiche vere ha poi intristito sino a spegnere ogni passione degna di tale nome, sicché la politica viene per lo più vissuta come un affare dei politici. La tv in tutto ciò ha avuto e continua ad avere un ruolo decisivo, sia come strumento di “formazione” di mentalità che come “consigliere” di orientamenti politici. Solo la nostra miopia (basterebbe questo a condannare la maggior parte dei politici della mia generazione a un giusto pensionamento) ci fa ancora ritenere che la televisione non sposti voti.
In tale contesto si sta oggi celebrando il mito del radicamento territoriale leghista. Che esiste, sia chiaro, anche se non so se sia giusto chiamarlo radicamento. I ”banchetti” nei mercati rionali, le sezioni tradizionali, le bandiere, i graffiti propagandistici sui muri delle città e tante altre cose ancora.
Ma non sono propriamente questi i punti di forza della presenza leghista.
È non meno significativa la sistematica presenza su tutti i giornali locali, l’assecondamento di tutte le battaglie “contro”, la capacità di sottrarsi al giudizio di responsabilità per far parte del governo nazionale, la irriverenza verso ogni tipo di istituzione, la violenta aggressività verbale contro le persone degli amministratori locali o dei leader nazionali dei partiti avversari che tanta gratificazione psicologica offre al rancore solitamente censurato di tanti cittadini verso qualsiasi establishment, ma, soprattutto, la capacità di seminare frame, pensieri e cornici di pensiero, con un linguaggio radicale che col tempo crea mentalità.
Paolo Feltrin, nell’intervista a Europa, ha descritto la Lega come il partito che rappresenta il senso comune del nord. È proprio così, nel senso che la Lega semina slogan intorno alle varie paure, alla insopportazione delle diversità, al rifiuto di pensieri e interessi lunghi nel tempo e nello spazio e, quando questi sono diventati mentalità diffusa, senso comune appunto, raccoglie i frutti sul piano elettorale. Il senso comune non è buon senso e ancora meno bene comune, ma modo di pensare e di dire (anche per questo sono semplicemente privi di senso i paragoni che in questi giorni si sono sprecati con la Dc o il Pci). Dunque quello della Lega è un modello difficilmente imitabile, per molti versi neppure dal Pdl, sicuramente non dal Pd.
Ciò non significa che non lo si debba rispettare, considerare con molta attenzione e valutare per ciò che esso esprime di questa Italia cambiata. Peraltro senza mistificazioni e disperazione.
Dopotutto in queste elezioni la Lega è solo il partito che in valori assoluti ha perso meno degli altri, anche se è vero che è penetrata pure in Emilia seppur meno del previsto (e, anche qui, con qualche contraddizione: a Reggio Emilia ad esempio è diminuita di due punti rispetto al top dello scorso anno, nell’unico comune che guida il Pd ha ripreso il 52%, ed è l’unica provincia emiliana in cui non è riuscita a eleggere il consigliere regionale).
Ma da queste elezioni escono anche due altri dati con cui dovremo fare i conti: lo stallo del dato dell’Udc a conferma dell’angustia dello spazio elettorale intermedio fra i due schieramenti (anche gli elettori cattolici si collocano sempre più da una parte o dall’altra, oppure si astengono), e il sostanziale stallo del dato del Pd, un partito cioè che da quando è nato continua a rigirarsi inutilmente nel letto, a cambiare segretari e maggioranze interne, senza riuscire a intrecciare in modo significativo quest’Italia cambiata.
Quest’Italia cambiata non ama la sinistra, non crede alla sinistra, non vuole la sinistra? Considera questa sinistra un pezzo di Novecento inservibile? Domande scomode e importanti ma non scandalose, su cui dovremo pur ragionare. Epperò: in Francia proprio in queste settimane abbiamo visto che il processo di deriva elettorale della sinistra è reversibile. Dopotutto quella sinistra là non è tanto diversa (anche là stanno insieme, seppure con proporzioni diverse, ex comunisti, ex socialisti e ex democristiani). Perché invece qui non si trova il punto di ricominciamento? A me pare che un nostro problema riguardi la capacità di delineare un’“alterità” vera alla destra, sia sul piano morale e culturale che su quello politico. E poi di riuscire a trasmetterla, cioè di renderla visibile e credibile, attraverso la intelligenza del progetto e la virtù del personale politico. Non sto ponendo un’esigenza di gruppi di lavoro, fondazioni, carta dei valori e quant’altro, quanto piuttosto un problema politico: quello della nostra identità. Non possiamo essere il partito del “meno uno” o del “più uno” rispetto a ciò che sono e propongono gli altri. Il Pd vuole essere il partito “dei diritti nuovi”, il “partito del lavoro”, il “partito della difesa della costituzione”, il “partito della nuova umanizzazione”, il “partito dello sviluppo sostenibile”...? Allora facciamo scelte precise, non un po’ e un po’, e strutturiamoci conseguentemente. Oppure stiamo convincendoci che in quest’Italia pseudo-federalista e in questo mondo globalizzato i partiti a vocazione nazionale sono destinati a finire per fare spazio a partiti regionali a loro volta federati su scala nazionale come sta avvenendo in parte in Germania? Discutiamone, per capire e per capirci! Ciò che non ha senso è continuare una disputa “teologica” sulla forma-partito lasciando pascolare il campo degli interessi e dei problemi reali ai partiti della destra. C’è un’esperienza recente capitata a un nostro candidato (risultato il primo degli eletti) in una provincia della mia regione, accusato da qualche dirigente del partito oltreché dai colleghi candidati “di fare campagna elettorale fuori dalle regole”, perché ha affisso manifesti, ha promosso riunioni di imprenditori piuttosto che di insegnanti, incontri con ragazzi in discoteca…, accusato insomma di andare a cercare voti “fuori”, cioè fuori dal partito e dai centri sociali più o meno apparentati. Ecco, mi ha colpito questo tipo di accusa perché è rivelatrice di una mentalità, troppo diffusa, più da amministratori di consenso che da cercatori di consenso. Dobbiamo tornare a scegliere candidati capaci di lanciarsi nel mare aperto, conoscitori dei problemi sì da non temere confronti di merito con spezzoni di elettorato esigente, resistenti agli insulti e ai cento vaffa prima di riuscire a incontrare quei dieci interlocutori che hanno voglia di parlare. Dobbiamo costruire reti di dirigenti territoriali, ricostruire un partito come fece Fassino al tempo dei Ds dopo il congresso di Pesaro.
Un’ultima questione: sento rialzare la minaccia o l’intenzione del filo spinato sul confine delle ultime primarie, come se l’impresa di ricostruire (in molte realtà, di costruire) il partito, la sua identità e la sua strategia, in un tempo così difficile, fosse missione di una parte soltanto. Spero proprio che non sarà così. Confido in un lavoro non solo simbolicamente unitario. Senza contrarre ovviamente lo spazio della riflessione e del confronto.
Un passo indietro ai rancori personali e un passo avanti alle intelligenze.
Di tutti. Vale per tutti.