30 aprile 2010
Il Pd manda Visco in pensione
Se è una strategia studiata a tavolino, complimenti a Bersani, e rivediamo le critiche sui suoi limiti di comunicazione. Non male l’idea di mandare uno dopo l’altro i giovanotti del Pd (giovanotti sempre relativamente all’Italia) a spiegare sul Foglio (a casa cioè di un avversario evoluto che gode a fare da levatore a grandi accordi, ancorché mai realizzati) in cosa i democratici vogliono spezzare la continuità con le vecchie piattaforme di sinistra.
E se Andrea Orlando aveva avuto fegato nel demolire la sudditanza dem rispetto al partito dei giudici, ieri Stefano Fassina ne ha avuto anche di più, visto che ha spedito in soffitta non solo la tradizione del tassa e spendi (ricordate Padoa Schioppa: le tasse sono belle?) ma soprattutto la persona fisica di Vincenzo Visco. Che poi sarebbe il suo mentore al Nens, il centro studi economico di cui Visco e Bersani sono fondatori, e il punto di riferimento (fin qui mai rinnegato) di tutte le politiche fiscali della sinistra.
Colui che appena mercoledì si domandava sull’Unità come mai i cittadini spaventati dalla crisi non si riparino presso il Pd, senza farsi il venire il dubbio che fosse anche, molto, colpa sua, se il Pd non appare tanto rassicurante ai cittadini/contribuenti.
In realtà esageriamo. Perché è difficile che la sortita di Fassina sul Foglio sia figlia di una astuta regia; perché non siamo sicuri del pensionamento di Visco; e perché in sostanza molte delle novità lanciate sul Foglio non sono poi così nuove, essendo state inserite o almeno evocate nel corso degli anni in diversi programmi elettorali e di governo dell’Ulivo/Unione.
Un messaggio di discontinuità però c’è, soprattutto considerando che fin qui la posizione bersaniana sul tema non era andata più in là di intercalari in emiliano: «Non le abbiamo fatte mica tutte giuste, sul fisco...».
La sorpresa è che il responsabile economico di Bersani recupera sui temi fiscali il nucleo più dirompente del famoso discorso veltroniano del Lingotto, quel discorso che nel team ora alla guida del partito è considerato più o meno l’origine di tutti i mali.
Già, perché anche secondo Fassina è venuto il tempo per il Pd di fare pace con i milioni di italiani che dalle tasse scappano non per avidità o per berlusconismo congenito, ma solo per sopravvivere. E anche secondo Fassina la riduzione del carico fiscale è una priorità non più solo in favore dei lavoratori, ma anche per «professionisti, artigiani, commercianti e imprenditori».
Su questa strada, qualche rottura con Visco si consuma davvero.
Se non altro, l’addio ai famosi e famigerati studi di settore (che in verità stanno resistendo anche a Tremonti). E poi la rinuncia alle cinque aliquote. Riappaiono degli evergreen riformisti sui quali non si è mai insistito veramente, come l’aliquota fissa al 20 per cento per tutte le rendite, affitti compresi. Si pianta una spina nel fianco di Romano Prodi alludendo a misure protezionistiche europee contro la Cina. Ma soprattutto, entrando coi piedi nel piatto delle vicende interne al Pd, Fassina attacca frontalmente il collega Damiano e l’intero gruppo democratico alla camera, rei di proporre di finanziaria con una tipica tassa sui ricchi l’estensione a due anni della cassa integrazione.
Chiaro (e interessante) l’intento di Fassina: la cosa in sé potrebbe perfino avere una sua logica redistributiva, ma noi semplicemente non dobbiamo mai più aggiungere o alzare le tasse a nessuno.
Punto.
Bene, vedremo se Fassina sarà sommerso di improperi come il collega Orlando, oppure peggio verrà lasciato nel dimenticatoio. La svolta, o svoltina, nella paginata del Foglio ci sarebbe.
L’unico punto poco chiaro è l’approdo politico di questo ragionamento.
Perché un conto è mettere i mattoni angolari di una radicale innovazione di programma del Pd in prospettiva futura. Un altro conto (e qui la scelta del Foglio fa pensare, e le parole di Fassina ancora di più) è adoperare qualche novità sul fisco per tentare triangolazioni politiche a breve con Giulio Tremonti e/o con la Lega.
Il primo intento è condivisibile senza riserve. Anzi, fra riforma della giustizia (Orlando), contratto unico (Ichino) e adesso Fassina sul fisco, sembra di intravedere la scintilla del ritorno a una certa vivacità riformista, sapendo però che potrebbe spegnersi presto.
Il secondo scenario non va demonizzato, e certo va nella direzione dell’interesse che D’Alema invita a nutrire verso qualsiasi cosa si muova fuori e ai margini del berlusconismo stretto.
Per Tremonti, Fassina è prodigo di apprezzamenti e disponibilità al dialogo. Nulla di male in sé. Basta non sprecare alcune buone idee – in un campo così delicato per il centrosinistra, poi – per tentare operazioni di medio cabotaggio.
Poi le seconde falliscono, e le prime vengono dimenticate.