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Editoriale della Direzione
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4 maggio 2010

Colosseogate: Fini dimostri che è diverso

Un’evidenza sta emergendo in queste ore. Si può essere di destra, comunque non certo di sinistra, né antiberlusconiani e anzi neanche "di opposizione", e percepire egualmente come inaccettabile la pretesa di impunità non argomentata accampata dal ministro Scajola, e sostenuta da tutti i suoi colleghi ministri, Berlusconi in testa.
Bisogna essere in grado di distinguere fra le persecuzioni giudiziarie – che ci sono state, in questi anni, a danno di politici di entrambi i fronti – e gli abusi macroscopici che vengono compiuti dal potere quando davvero agisce come una casta.
E occorre dimostrarsi liberi, in queste occasioni. Così come sta capitando ai grandi giornali d’informazione non allineati, come Corriere e Stampa, ma anche al Foglio, a Libero, in molti blog di destra, anche al Giornale. A prescindere da qualsiasi rilievo penale, a tutti risulta inaccettabile la tesi di Scajola sul prezzo effettivo pagato per la sua casa con vista sul Colosseo. E chi a suo tempo per molto meno ha messo in croce D’Alema, per citare un solo caso, non può esimersi dal chiedere conto al ministro del suo inconcepibile comportamento.
Ieri Scajola ha fatto sapere di essere lontanissimo dall’idea di dimettersi e intenzionato a raccontare la propria verità anche in parlamento solo dopo aver incontrato i magistrati di Perugia, il 14 maggio.
Verrebbe da dire: peggio per lui, per il governo e per la maggioranza.
Perché questo rinvio porterà con sé solo altri dieci giorni di contestazioni, critiche, sospetti. Darà ulteriore spazio a una campagna che le opposizioni hanno ormai abbracciato (il Pd dopo una attenta considerazione dei fatti). E di nuovo farà parlare del governo Berlusconi per qualcosa di molto diverso che non le sue iniziative.
Qui torna, fuori dalla consueta chiacchiera sull’argomento, il tema del ruolo di Fini. Il quale fin qui s’è tenuto fuori dal caso Scajola. Ma potrebbe (anzi, dovrebbe) vedervi uno spunto per dimostrare quale idea diversa di destra e di politica ha in mente.
Naturalmente il presidente della camera deve stare attentissimo a non dare l’impressione di voler approfittare del momento di difficoltà del più stretto giro berlusconiano. La cosa non verrebbe apprezzata, e poi il caso Scajola si ammanterebbe ancor di più di valore politico, il che non fa mai bene alla ricerca della verità.
Se però il governo e la maggioranza insistono sull’attuale linea di negare anche solo l’esistenza del problema, qui uno spazio si apre. Né Giuliano Ferrara, né Nicola Porro, né Pigi Battista, né Vittorio Feltri hanno stabilito un nesso fra il caso Scajola e gli equilibri politici generali, né tanto meno la lotta interna al Pdl. In qualche modo, chi più chi meno, hanno però avvertito che chiarimenti da dare ce ne sono, eccome.
Se il Pdl (e ora anche la Lega) fanno muro, non è perché non vedano a loro volta l’enormità della cosa e la fragilità della tesi difensiva. Il motivo vero è che nessuna concessione alle critiche o ai dubbi è consentita, nella sindrome da assedio nella quale il centrodestra vive da sempre, perfino in una legislatura nella quale gode di una enorme maggioranza.
Questo è proprio il punto sollevato da Fini nella sua polemica con Berlusconi. E se la rivendicazione della libertà di critica si somma all’insistenza sul tema della legalità, ecco che il caso Scajola potrebbe trasformarsi in un’occasione per dimostrare – all’opinione pubblica di destra per una volta, non a quella di sinistra – in che cosa l’idea di politica di Fini è davvero diversa da quella del Cavaliere.
Non per partecipare alla caccia al ministro o per chiedere dimissioni: questo è compito delle opposizioni. Semplicemente per segnalare che una moralità pubblica senza aggettivi né colori non ammette omertà sui casi di privilegio.
Ieri Fini ha compiuto due o tre gesti, sempre nell’ottica della differenziazione da Berlusconi. Un appoggio ai dissidenti del Pdl siciliano e a Raffaele Lombardo; il lancio del tesseramento ai circoli di Generazione Italia; la critica alla politica intesa come schiavitù dai sondaggi. I giornali di stamattina daranno grande spazio a questi atti di distacco, che confermano un’intenzione granitica da parte dei finiani di andare fino in fondo.
Ma all’elettorato di centrodestra, di queste mosse da Palazzo, che cosa arriverà? Perché – assumendo una vera responsabilità civile – Fini non trova le parole per entrare nelle menti e nei cuori del cosidetto popolo berlusconiano, gente assai diffidente ma tutt’altro che cieca e stupida, per far loro balenare il dubbio? Non sull’onestà di Scajola. Ma su una concezione della politica che per sopravvivere non ammette cedimenti non diciamo all’avversario o al dissenso, ma neppure all’evidenza dei valori del mercato immobiliare.

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