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12 maggio 2010

Il Pd dopo Cortona

Noi ex popolari e il centralismo democratico

La tre giorni organizzata da Area Democratica a Cortona è stata non solo molto interessante per il ricco dibattito svoltosi e, ancor più, per le precise e impietose radiografie del voto esposte dai professori D’Alimonte e Feltrin. Lo è stata soprattutto per la franchezza e la determinazione con le quali sono state ripuntualizzate e rilanciate le ragioni fondative del Pd, il cui abbandono rischia di compromettere seriamente il progetto. Anzi, il partito: esso infatti esiste già, è oltre lo stadio della fattibilità. Ma l’edificio potrebbe essere stato minato alle fondamenta. Occorre dunque intervenire. Subito.
Tutti i principali esponenti di Area Democratica e tutti gli intervenuti nel dibattito hanno garantito che la parola “scissione”, evocata spesso dalla stampa, non è all’ordine del giorno. Il grido d’allarme lanciato da Cortona, al contrario, serve esattamente ad allontanare anche il solo pensiero di quella parola. Ma, evidentemente, esige una risposta, e non un’alzata di spalle, da parte della maggioranza che guida attualmente il partito a cominciare dal segretario Bersani, che nessuno pensa di sostituire, essendo egli stato legittimamente eletto alle primarie dello scorso ottobre. Non è un problema di persone. Il problema è tutto politico, e pure organizzativo. Di come si intendono ruolo e missione del Partito democratico. E anche la sua stessa identità.
I dati che, nella loro crudezza, sono stati esposti e commentati da D’Alimonte e Feltrin confermano non solo le terribili difficoltà che ormai strutturalmente il Pd incontra al Nord (ma ora anche al Sud). Confermano altresì quanto l’idea originaria, fresca e innovativa, del nuovo partito sia andata svanendo rapidamente.
Prima che scompaia del tutto, dunque, bisogna intervenire.
Il venir meno della “vocazione maggioritaria” fa venir meno il senso del Pd. Ora, forse l’espressione andrà cambiata, perché nell’immaginario collettivo di tanti aderenti al partito essa si associa alla “breve stagione” di Veltroni conclusasi con le sue – troppo frettolose secondo me – dimissioni. Ma la sostanza resterà quella. Stiamo parlando dell’ambizione a rappresentare un numero ampio di italiani intorno ad una speranza di cambiamento e ad una visione della società intrise dei nostri valori di solidarietà umana: coinvolgendo questo “numero ampio di italiani” attraverso proposte concrete e un programma di riforme capaci di rispondere alle molte domande inevase che essi pongono nel mondo produttivo, in quello delle professioni, in quello del privato-sociale.
Nei corpi intermedi, si sarebbe detto una volta.
Al contrario, un partito organizzato autoreferenzialmente su un ceto di funzionari (poco importa se giovani, la sostanza non cambia); legato ad un linguaggio datato (l’espressione “Partito del lavoro” ricorda manifesti da anni Cinquanta!); fermo ad una superata strategia delle alleanze (per la verità oggi, pare, abbandonata); inviluppato in una gestione che pretende unità ma rimane chiusa alla minoranza: un partito siffatto non ha alcuna speranza di conquistare il consenso di un “numero più alto di italiani”. Il monito che arriva da Cortona è un atto di fedeltà e di confermato interesse al nostro Pd. Invece di demonizzare – come fa qualcuno in pieno stile da “centralismo democratico” – chi pone questioni esiziali per il futuro del partito, lo si cerchi piuttosto di ascoltare. Magari rammentando che unità non equivale ad omologazione. Il pluralismo è nel Dna del Pd.
La preoccupata apprensione di molti fra noi ex popolari, ad esempio, deriva proprio dal fatto che ci si sta prospettando un’idea di partito che non è mai stata la nostra. Immaginare che chi ha questa cultura e questa storia si attenga alle regole del centralismo democratico, confinato in una minoranza che non può neppure discutere e deve solo obbedire è, semplicemente, fuori dalla realtà. Non esiste.
È allora un grido d’allarme nell’interesse del partito, il nostro. Nell’interesse di un partito che abbiamo contribuito a fondare. È un allarme che dunque va ascoltato. Guai a derubricarlo ad un fastidioso rumore di sottofondo.

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