Credo sia poco produttivo sostenere, come ha fatto
Pietro Ichino, che la proposta contenuta nel “decalogo” del Pd di un “diritto del lavoro unico” sia sostanzialmente elusiva poiché sarebbe applicata al solo lavoro subordinato tradizionale, escludendo quanti (e sono milioni, soprattutto giovani) si trovano in posizione di sostanziale dipendenza economica dall’impresa in cui prestano la loro opera, pur non essendo formalmente “dipendenti”. Ritengo invece che il documento, presentato all’assemblea nazionale, rappresenti un passo avanti importante sulla strada del superamento di questo dualismo che affligge il nostro mercato del lavoro e lo rende ingiusto.
La questione, piuttosto, è un’altra: operare in modo che questo dualismo non abbia ragione di esistere, almeno nelle sue dimensioni attuali. Finché il lavoro flessibile continuerà a costare meno di un rapporto di lavoro stabile – un’anomalia solo italiana nel panorama economico europeo – la frattura, tra garantiti e precari, non solo persisterà, ma sarà destinata ad approfondirsi perpetuando l’ingiustizia. Il primo obiettivo deve essere questo: fare in modo che il rapporto di lavoro flessibile costi più di quello stabile; solo così l’impresa vi farà ricorso esclusivamente in caso di effettiva necessità. E ciò non può avvenire se non attraverso un intervento legislativo e un confronto con le parti sociali.
Su tale punto il Partito democratico, nel documento, dice finalmente una parola chiara. Non è però questo l’unico passo che il Pd deve compiere per darsi quell’identità che, anche in materia di lavoro, ancora non ha. Sono troppe le questioni che lo vedono diviso: una sintesi non è più rinviabile.
Sono tre gli obiettivi che, sul fronte lavoro, il partito si deve porre: offrire stabilità e certezze ai giovani senza che nulla sia tolto ai loro padri; evitare derive corporative su base territoriale, all’insegna del “si salvi chi può”; diventare alternativa vera al governo Berlusconi che, sin dal giorno del suo insediamento ha preso di mira il lavoro dipendente (e il sindacato confederale), l’ha sfidato e lo sta sfiancando con un costante attacco ai diritti e alle tutele. L’assemblea nazionale è, in questo senso, un’occasione che non può essere persa.
Sarebbe imperdonabile, soprattutto in questi tempi di crisi economica e occupazionale, se il Partito democratico offrisse di sé, sui temi del lavoro, un’immagine vaga e contraddittoria. Sarebbe gravissimo se fosse percepito dall’opinione pubblica e dai lavoratori come il partito che – magari per inseguire un’illusione di malintesa modernità – vuole metter mano all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ci sono già il governo e il ministro Sacconi a spingere in questa direzione. Il Pd si deve opporre con forza alla massiccia dose di precarietà che il governo ha riversato sul mercato del lavoro reintroducendo lo staff leasing e il lavoro a chiamata per tutti i settori. Deve continuare a combattere perché siano reintrodotte le tutele contro le dimissioni in bianco a favore delle lavoratrici madri, cancellate dalla destra. E deve dire forte che, quando si parla di flessibilità, non si può sempre e solo parlare della flessibilità a vantaggio dell’impresa, come se fosse l’unica. Esiste anche una flessibilità a favore dei lavoratori, finalizzata ad esempio a conciliare i tempi di vita e di lavoro. Ma di questa non si parla mai, nemmeno in casa nostra.
E dobbiamo sfruttare l’occasione di questa assemblea per fissare obiettivi in grado di offrire, ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro, un futuro che non sia fatto di precarietà. Il Pd deve battersi perché siano reintrodotti gli incentivi a favore delle aziende che stabilizzano i propri dipendenti; perché vengano consolidati i contributi figurativi per i periodi di disoccupazione, anche quando il lavoro è precario; perché sia migliorata la totalizzazione dei contributi stessi, in modo che, accanto al riscatto della laurea a condizioni favorevoli introdotto dal governo Prodi, chi entra nel mondo del lavoro possa contare, al momento di lasciare l’attività, su una rendita pensionistica pari almeno al 60 per cento della retribuzione.
Non solo. Va introdotto il salario minimo per i lavoratori che non hanno un contratto di riferimento. Va istituita una “dote” per favorire il reimpiego degli ultraquarantenni rimasti senza occupazione. E vanno riviste le norme sugli appalti al massimo ribasso che, nell’aggiudicazione delle commesse, finiscono col favorire chi non rispetta i contratti o, addirittura, ricorre al lavoro nero.
Se il Partito democratico vuole essere alternativa alla destra e ai sostenitori delle ricette neoliberiste, questa è la strada da percorrere attraverso l’apertura di una lunga e approfondita fase di confronto nel partito.