22 maggio 2010
Lazio, dopo la sconfitta si deve cambiare
La sconfitta elettorale alle regionali nel Lazio impone al Partito democratico scelte coraggiose e non rituali. Ho detto in altre occasioni e lo confermo che le elezioni nel Lazio si potevano vincere. Esistevano ed erano assai mature le condizioni per quelle “alleanze larghe” assai evocate durante il congresso messe tuttavia in fuga, nella fase preelettorale, da un intreccio di intese nazionali – se così possiamo definirle – che hanno condotto nel Lazio ad una restrizione dello schieramento di centrosinistra.
Esistevano possibili candidature in grado di conquistare nuovi e più vasti consensi al centrosinistra di cui però è stato impossibile disporre di fronte al fatto compiuto della candidatura di Emma Bonino che si è battuta generosamente ma che – oggettivamente – ha suscitato in settori cruciali del nostro alveo elettorale perplessità e dubbi.
Ormai le cose sono andate così ed è inutile tornarci per cercare colpevoli e responsabili. Non dobbiamo fare questo. Non dobbiamo cercare capri espiatori. Ma una cosa ce la dobbiamo dire francamente ed è che la autonomia del gruppo dirigente del partito del Lazio – nelle sue diverse espressioni e configurazioni anche congressuali – ha avuto un arretramento. In un partito che si vuole organizzare sul territorio secondo principi e secondo una prassi federale l’autonomia è decisiva.
Non è la rivendicazione minoritaria di un ruolo localistico ma il presupposto indispensabile per consolidare e radicare il partito nel territorio tenendone in conto le specifiche qualità e storie, le relazioni con i mondi che costituiscono la società civile, il tessuto economico, i rapporti tra le realtà politiche ed istituzionali.
Un partito che vuole “radicarsi” non può che essere un partito regionalista con una incancellabile indole nazionale. Questo vuol dire che i gruppi dirigenti locali non possono mai essere solo il risultato di appartenenze interne verticali. Le loro appartenenze ad un certo punto devono fare i conti con la specificità delle realtà in cui agiscono altrimenti viene meno ogni funzione dirigente ed il partito perde ogni capacità di relazione esterna e di massa. Nel Lazio questo nucleo regionalista si è perduto – direi gravemente – nelle ultime elezioni.
So che molti non saranno d’accordo ma so anche che moltissimi condividono invece questa affermazione e sentono il bisogno di ripartire parlando il linguaggio delle cose, dei programmi e della politica a Roma e nel Lazio aldilà delle diverse collocazioni congressuali. A Roma e nel Lazio il Partito democratico ha bisogno di questo. A nessuno può né deve essere chiesto di abbandonare le proprie convinzioni, maturate durante un lungo congresso né si tratta di cercare rivincite o abiure.
Rispetto al dibattito nazionale ognuno stia dove ritiene giusto stare ma rispetto alla realtà di Roma e del Lazio personalmente auspico – e credo sia necessario – che quanti condividono, oltre gli schieramenti congressuali, una certa idea di partito, una certa idea e pratica di opposizione alle giunte Alemanno e Polverini, una certa analisi sulla situazione del Lazio e della Capitale e sulle possibili vie per una nostra vincente riscossa debbano potersi parlare ed agire comunemente.
Nel dibattito che si è svolto negli organismi dirigenti del partito di Roma, del Lazio e delle Province dopo il voto e nelle prese di posizione esterne assunte da vari dirigenti – di differenti mozioni – di queste realtà io ho avvertito che questo terreno comune “sulle cose” e su una idea innovativa di partito esiste. Esiste l’esigenza condivisa di operare perché il partito sia non solo il punto di raccordo di alleanze politiche ma anche e soprattutto un “soggetto politico” capace di elaborare e far camminare un proprio progetto di società. Esiste l’idea comune che il Lazio debba essere sempre più una “comunità” e non l’insieme geografico di province lontane e tra loro rivali e soprattutto che il Lazio sia la chiave per tenere unito il paese, diversamente dall’aberrante visione enunciata dalla Polverini di farne il capofila del Mezzogiorno.
Esiste l’idea comune che modernizzare il Lazio significhi avvicinare territori e popolazioni per costruire una regione compatta, solidale, competitiva ed europea. Esiste la convinzione che nella opposizione ad Alemanno ed alla Polverini vi debba essere un vigore ed una chiarezza di proposte netta e riconoscibile senza tentazioni consociative. Esiste la speranza e la voglia di vedere finalmente in campo un partito aperto che faccia politica con spensieratezza rispetto alle cordate personali che lo attanagliano e liberi le enormi energie di giovani e di menti di cui può disporre. Qualcuno dirà: ma caro Roberto, su questo siamo tutti d’accordo! Rispondo: a parole. Perché nella pratica, soprattutto per quanto riguarda il partito e la sua vita interna, non è così e tutti lo sanno benissimo. Non è facile andare in questa direzione e richiede coraggio e la rinuncia a qualche rendita di posizione.
Quando mi sono candidato alla segreteria regionale in occasione dell’ultimo congresso, dopo aver perso le primarie, potevo tentare un accordo tra correnti e ribaltare il voto popolare nell’assemblea. Mi sono fatto da parte per favorire un processo unitario ed ho cercato di dare il mio contributo con sincerità insieme ai democratici di Area democratica. Quel tentativo unitario però non è stato raccolto e forse nel voto negativo c’è anche questo.
In vista dell’assemblea regionale del Lazio che si svolgerà il 29 ognuno rifletta e soprattutto chi ha, in questo momento, le maggiori responsabilità nella direzione del partito aiuti tutti ad aprire una esperienza nuova consentendo al partito, senza cercare colpevoli, di costruire una nuova guida con rinnovata autorevolezza, forza esterna e garanzia di rinnovamento.