Articolo
10 giugno 2010
Ma dove vai se la bussola non ce l’hai
Meno male che Napolitano c’è. Il suo discorso cavouriano di Torino si è sviluppato con «freddezza di studioso e passione di italiano, com’era Cavour», scrive il senatore Nerio Nesi, che alla Fondazione Cavour dedica ora tutte le sue energie intellettuali. Senza sminuire le raccolte di cimeli garibaldini e mazziniani che sono politicamente correct, si riscoprono così le innervazioni del pensiero da cui, come Minerva dal cervello di Giove, nacque l’Italia: intendiamo la vera bussola del Risorgimento, la politica estera di Cavour, figlia della sua geniale, “folle”, indispensabile intuizione. E cioè che il piccolo regno sardo-piemontese di Vittorio Emanuele II (l’unico staterello in Italia rimasto fedele allo statuto costituzionale liberale del 1848, dopo le mazzate di Radetzsky), avrebbe potuto fare l’Italia soltanto sedendosi con poche fiches in mano al tavolo dei grandi giocatori internazionali, Francia, Inghilterra, Austria, Russia e poi Prussia.
Come scrisse Luciano Cafagna (ripreso da Fulvio Cammarano, Il Messaggero), «Se il Risorgimento fosse stato un film, avremmo avuto molti comprimari, pochi protagonisti e sicuramente un unico grande regista, Camillo Benso conte di Cavour». Aveva capito che l’unità non potevano farla né i «cento battaglioni» di Carlo Alberto (il re «dei miei verd’anni”, cantato da Carducci in tarda età), né le bombe mazziniane di Orsini né i generosi volontari di Garibaldi, leggende (nobili leggende) a uso peninsulare. L’unico modo di farla era in Europa e con l’Europa, prima chiamando in Piemonte i 100mila francesi di Napoleone III, antiaustriaco e antinglese, poi coi prussiani di Bismark, antiaustriaco anche lui e antifrancese. Splendidamente, la “lezione di Cavour sulle alleanze” è stata descritta da Rusconi sulla Stampa, commentando Napolitano: «ha individuato nel luglio 1859, nell’accordo di Villafranca, che interrompeva l’impegno francese contro l’Austria, lo snodo cruciale della vicenda risorgimentale»: «il punto di rottura che fa mutare a Cavour la prospettiva stessa sul Regno d’Italia» : non più da Torino a Trieste, ma dalle Alpi alla Sicilia, con disappunto e disapprovazione di tutte le potenze, ma coi retropensieri opportunisti delle medesime e soprattutto col consenso dei patrioti, ai quali l’unica Italia che interessava era quella unitaria, laica e liberale, l’unica anche per Cavour. Ma dopo 150 anni, in un’Italia da pochade tra Gheddafi, Putin e Erdogan, c’è qualcuno che ricordi, nel Pdl e anche nel Pd, questa «lezione cavouriana», che «per essere una grande nazione l’Italia ha bisogno vitale di alleanze internazionali coraggiose e ponderate?»

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