20 luglio 2010
Vendola sbaglia, Giuliani non è Falcone
Cara Europa, sono sgomento nel leggere sul Corriere della Sera che il governatore della Puglia Nichi Vendola, autocandidatosi a «sparigliare i giochi nella sinistra» e a sfidare Berlusconi nella prossima campagna elettorale, abbia osato, in un discorso ai suoi giovani seguaci e ammiratori, mettere insieme come eroi positivi nel nostro tempo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati antimafia uccisi col tritolo come si fa in Sicilia, in Iraq e in Afganistan, e Carlo Giuliani, il giovane ventenne genovese ucciso in un assalto a una jeep dei carabinieri qui a piazza Alimonda, nove anni fa, da un carabiniere preso dal panico. Se questi sono i leader che il centrosinistra potrebbe opporre a Berlusconi, allora il Cavaliere può dormire sonni tranquilli. Un paese che vota «legge e ordine», davvero non avrà mai Carlo Giuliani tra i padri della patria.
LELLO MARONGIU, GENOVA
Caro Marongiu, se lei è “sgomento”, come scrive, vuol dire che l’operazione paura iniziata dai residui ultraberlusconisti del Corriere della Sera ha avuto successo. Una pagina intera, la 6, dedicata al caso: «Vendola: Carlo Giuliani eroe come i due giudici», con ampia cronaca dalla redazione romana, più un commento che parte dalla prima pagina e sfocia in sesta, più un’intervista a Violante che occupa il fondo della pagina stessa, più 3 fotografie 3: una del Nichi che arringa i suoi giovani, le altre due scattate proprio nove anni fa (20 luglio 2001) durante il G8 di Genova: il giovane all’assalto della jeep con la bombola gialla, e il suo cadavere sul selciato mentre viene coperto dal lenzuolo, come da rito. Ora, caro Marongiu, dobbiamo distinguere due cose: una è la pietà umana (ho due nipoti di 21-22 anni, l’età di Carlo Giuliani quando perse la vita) e so che, se anche facessero (ma non le fanno) cose contro la legge e l’ordine, non sarebbero in malafede, ma prede fragili di ideologie e di sentimenti, per quanto da me e da lei non condivisi, anzi remoti. Capisco perciò completamente i genitori di Carlo Giuliani e anche i coetanei. Non capisco invece chi trasforma il loro congiunto o amico nell’eroe di una causa giusta (Genova era preda di una violentissima guerriglia dei black bloc, venuti o lasciati venire apposta per sfasciare e per eccitare così i sentimenti anti no-global della gente); e non capisco chi, avendo cultura politica, esperienza di governo regionale e di istituzioni nazionali e conoscenza della psicologia del paese, si abbandona a deliqui razionali sia pure per un rigo, come quello del governatore pugliese: che unisce Falcone Borsellino e Giuliani, nello stesso giorno in cui l’omertoso popolo palermitano snobba la “marcia dell’agenda rossa”, istituita dal fratello di Borsellino, e mentre mani delinquenti distruggono il monumentino ai due magistrati.
L’accostamento di Vendola è intollerabile, il suo deliquio razionale è politicamente squalificante, segno di immaturità e di marginalità culturale. L’Italia – scriveva un vero fusto del Corriere della Sera, Panfilo Gentile, in Polemiche contro il mio tempo – è l’unico paese d’Europa che non sarà mai collettivizzabile, perché la stessa natura fisica del suo territorio e la storia delle sue città e comuni ne fanno una penisola di individui, non di masse. Ma è soprattutto di un’ingenuità disarmante, come dimostra la zampata del Corriere della Sera, che si è fiondato – unico giornale d’Italia – sul rigo incauto del governatore. Mi sono preso la briga di leggere la cronaca del discorso su tutti gli altri giornali del lunedì che sono arrivati sulla mia scrivania (Messaggero, Repubblica, Unità, Giornale, Foglio, Stampa). Con l’eccezione di Repubblica, che ne riferisce appunto in un rigo, tutti gli altri, compresi i più fanatici berlusconiani, nemmeno quel rigo, semplicemente ignorano la caduta di volo vendoliana. Così va la vita.
Ma non è la libertà dei giornali che ne è chiamata in causa, bensì l’immaturità dei politici. Che dovrebbero mettere in frigorifero i propri sentimenti, rianalizzarli al lume della ragione e della ragion politica, ed enunciarli solo dopo, col dovuto riguardo per le diverse opinioni altrui.