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21 luglio 2010

Rosy, Corradino e la pietà per l’ex duce

Cara Europa, ma come fa Berlusconi, mentre è travolto da una valanga di porcate dei suoi amici P3, delle sue donnine, dei suoi intimi collaboratori, dei suoi giornalisti “ultima raffica”, ad occuparsi di Rosy Bindi, tornando a sfotticchiarla col solito confronto con le sue femmine, vere o (essendo flaccido, come scriveva ieri Robin) presunte? E come fa a tenere sotto pressione il cda Rai, affinché si sbrighi a estromettere Corradino Mineo dalla direzione di Rainews e della elegante trasmissione “Il caffè”, per premiare un leghista di Televarese? O per fare il buffone sulle guglie del Duomo, e sfottere pure la Madunina, fra l’omaggio servile delle sue leccatrici e dei suoi leccatori? È dunque vero che, giunti alla fine del potere, gli imperatori diventano pazzi e che di loro, finché non arriva il libero giustiziere (nel nostro caso, l’elettore rinsavito) si può avere solo pietà?
FERRUCCIO BARONI, MILANO


Caro Baroni, averne pena dal punto di vista umano mi pare fosse il consiglio dello psicanalista junghiano Aldo Carotenuto, autorità della Sapienza, morto qualche anno fa. Egli era convinto che l’uomo non avesse modo per arginare in sé il fascino del potere, perché a nessuno può essere negato, e nessuno sa negarsi il “naturale bisogno” di autoaffermazione.
La tesi mi sembra molto dogmatica, visto che il “bisogno” di autoaffermazione può essere o dovrebbe poter essere moderato dalla ragione. Berlusconi, come tutti quelli che hanno ecceduto nell’erotismo e nell’autoerotismo del potere, esclude ovviamente di aggrapparsi alla ragione, anche quando attorno a sé tutto crolla o ardono le fiamme della rivolta.
L’unica medicina che in casi come il suo e dei mille e mille che lo hanno preceduto in questo gioco alla roulette russa è la follia: «Più spesso – scriveva lo psicologo – è la follia a trarli in salvo: nel senso che, almeno così, eludono il peso, la responsabilità e la consapevolezza della sconfitta». Un modo anche questo, appunto, di avere pietà, come lei dice. Ma la pietà non appartiene, comunque, ai comportamenti sociali, se è vero che il rapporto fra chi comanda e i comandati si fonda – come presumono gli studiosi – sul tacito patto che le glorie vanno condivise e i fallimenti hanno un unico capro espiatorio, appunto il comandante in capo. Dunque bisogna fare politica, e anche la non migliore delle politiche, finché il capo morente sia ancora in grado di offendere, per esempio, le sue avversarie, indicandole come l’antimodello delle sue donne, bocche e curve e aperture varie, minorenni e maggiorenni, veline e laureate, escort e governanti. Legga il libro di Filippo Ceccarelli La Suburra, che ieri Gian Antonio Stella recensiva sul Corriere sotto il titolo: “Tornano le notti di Messalina – Potere, sesso e corruzione dall’impero romano alle escort”.
Ecco la P3, ecco palazzi sul Colosseo e ville acquistate a ripetizione, ecco le tasse per i poveri e l’evasione autorizzata per i ricchi (Galli della Loggia), ecco le nomine a ministro per eccellenze d’alcova o per esigenze di fuga dalla giustizia. Ecco le ultime liste di proscrizione: come quella dettata dal viceministro delle televisioni pubbliche e del padrone, Romani, che addita per la seconda volta in pochi giorni al cda della Rai – nonostante la diffida legale di Marco Pannella per danni al servizio pubblico a favore della concorrenza – la testa di Corradino Mineo: da sostituire con quella di un collega che non conosco e dunque non giudico, ma di cui si sa che a norma di contratto Rai non potrebbe avere nemmeno un incarico direttivo non essendo giornalista professionista da almeno tre anni. Se così fosse, avremmo un ennesimo esempio di come l’impero morente consideri le leggi: pezzi di carta buoni, direbbe Bossi, per il cesso. Non altrettanto liscio andrà per il caso Annozero. Ma coloro che s’avventurano a emanare o eseguire prescrizioni e proscrizioni dell’imperatore folle o dei suoi Tigellini stiano attenti: perché, sempre restando agli esempi storici da Giovenale a Ceccarelli (come vede, la mettiamo sulla satira, non sulla tragedia), sono loro, le persone di contorno, a dover poi pagare i debiti del dio caduto.

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