27 luglio 2010
Il Pd e quel brutto senso di impotenza
Ogni giorno che passa, diremmo ogni ora, si fa più improbabile che il futuro della politica italiana possa evolvere in una direzione “normale”: cioè con il governo che regge finché può, poi c’è finalmente la crisi, elezioni subito o appena differite, infine il confronto davanti agli elettori fra un candidato di centrodestra (ancora Berlusconi?) e uno di centrosinistra.
La frana del Pdl e nel Pdl sta seppellendo questo schema. Perfino la Lega, partito di presunta solidità leninista, subisce nel cuore della Lombardia l’onda d’urto della catastrofe, e si aprono crepe al suo interno.
Il fatto vero è che non ci sarà alcun Pdl, per come l’abbiamo conosciuto in questi anni, alle prossime elezioni politiche. E il bigbang si ripercuoterà sull’intero sistema politico, centrosinistra compreso. Anzi, forse con effetti più dirompenti proprio nell’ancora fragile Pd: chi può escludere oggi che i democratici non possano trovarsi presto nelle condizioni già sperimentate dal Pds, cioè di dover appoggiare candidati centristi per uscire da un’emergenza politica?
Con questo pensiero in testa parrebbe vano entusiasmarsi o angosciarsi per la campagna lanciata da Vendola, impegnarsi nello studiare la tattica di rientro di Veltroni, aspettare che Bersani si muova dalla sua linea attendista. Nell’estate di due anni fa capitò di ascoltare come Massimo D’Alema sintetizzava in privato, con la consueta spigolosità, la linea del Pd allora ancora guidato da Veltroni: noi democratici, diceva D’Alema, semplicemente puntiamo a esistere ancora quando Berlusconi non ci sarà più. Va da sé che l’attuale presidente del Copaco giudicava quella linea passiva, perdente e anzi umiliante.
Tre segretari si sono alternati dal 2008 alla guida del Pd: se la linea di Veltroni era davvero quella, c’è da dire che è passata indenne alle staffette ed è stata sostanzialmente confermata.
Con l’unica eccezione delle sortite del medesimo D’Alema sul governo di transizione, il Pd e il centrosinistra apparentemente si comportano come se fuori di essi non succedesse nulla. Vendola è partito in anticipo per la leadership, ed è partito bene. Veltroni si è messo alla sua ruota e confida, come i ciclisti esperti, che il fuggitivo rompa il ritmo del gruppo: fuor di metafora, che l’offensiva partita dalla Puglia costringa Bersani a scoprirsi e riapra i giochi.
Bersani invece resiste, tatragono. Non cambia la propria agenda (dominata dalla manovra), fa dire in giro che a destra «non succederà nulla», rifiuta di misurarsi sia con l’eventualità del collasso del sistema, che con la corsa alla leadership. E sono in tanti nel Pd, minoranza compresa, a sperare con lui che Berlusconi e Fini non rompano i piatti, e che la legislatura duri almeno altri due anni secondo lo schema più comodo: logoramento dei partiti di governo, inevitabile crescita dell’opposizione.
Invece qui di inevitabile sembra esserci solo l’implosione del Pdl e una frattura nella legislatura, in forme imprevedibili, fino all’estremo della sua fine. Niente crescita elettorale dell’opposizione, nessuna lenta ma sicura riedificazione del Partito democratico com’era nella promessa di Bersani.
Nel destino del Pd c’è di vivere e forgiarsi nell’emergenza. E su questo dovrebbero misurarsi tutti questi leader: nell’elaborare, lanciare e praticare un punto di vista democratico sull’emergenza.
Va benissimo ricostruire un senso, una prospettiva, ritrovare come dice Vendola la gramsciana «connessione sentimentale con il popolo», o preparare i «giorni migliori» di una delle ultime assemblee Pd. Obiettivi nobili e decisivi, in quel medio-lungo periodo nel quale, diceva Keynes, «siamo tutti morti».
Intanto, però, alla domanda che anche per Bersani era quella chiave (alla fine chi ci libererà da Berlusconi?), nessuno oggi risponderebbe: il Pd.
Questo è il punto più doloroso, preoccupante perché foriero di future ulteriori marginalità dalla scena politica, perfino in un eventuale dopo- Berlusconi. Bersani, che per ruolo ha la responsabilità maggiore, deve sapere che è questa sensazione di inutilità e di impotenza che sta erodendo da dentro il Pd e ne minaccia la tenuta e l’unità, molto più delle cavalcate vendoliane e dei convegni veltroniani.