Articolo
24 agosto 2010
Fini, i “ricordi” di Brunetta e Gasparri
Una prova da affrontare
«Nel momento in cui si è accentuato il contrasto tra presidente della camera e presidente del consiglio, quest’ultimo ha sentito il bisogno di un chiarimento. Dapprima politico, e l’ha fatto con l’ultima direzione e, poi, istituzionale, cosa che farà con la verifica della fiducia con la quale si metterà in gioco. Se Berlusconi si sottopone a questa prova, anche Fini secondo me dovrebbe farlo. Perché il suo ruolo non è solo di garanzia ma anche di un attore politico espressione di una maggioranza».
Renato Brunetta (intervistato da il Giornale)
Relazioni difficili
«È un rapporto che ha sempre vissuto di alti e bassi. È umorale e per quanto riguarda Fini è sempre stato legato agli scenari politici da lui ipotizzati. Voglio dire, rapporti tesi quando Fini pensava che Berlusconi sarebbe entrato in crisi politicamente. Ultimo esempio, poche ore prima del predellino, Fini era convinto che Prodi avrebbe resistito salvo poi correre da Berlusconi senza avvisarci neppure».
Maurizio Gasparri (intervistato da La Stampa)
Strategie estive
Ecco allora che nelle conversazioni riservate, anche dirette fra Berlusconi e Casini, ha preso corpo negli ultimi giorni un percorso politico. Non un ingresso nella maggioranza, non un appoggio esterno esplicito, bensì all’inizio una collaborazione che può cominciare sui singoli provvedimenti e strutturarsi in modo solido nel prosieguo della legislatura, a patto che il Cavaliere riesca a offrire in parlamento una linea politica diversa da quella del passato.
Marco Galluzzo (Corriere della Sera)
L’Italia degli affari
Ci chiediamo quanto dovremo aspettare per avere un governo fatto di persone capaci di sentirsi legati a qualcosa di superiore rispetto alla impellente necessità di togliere il premier dai suoi guai giudiziari. (...) Il celebre storico e politico francese Francois Guizot scriveva nell’800 che in Italia, «gli uomini d’affari, i padroni della società non hanno mai tenuto quasi nessun conto delle idee generali; non hanno quasi mai provato desideri di regolare, secondo certi principi, i fatti posti sotto la loro giurisdizione».
Adriano Prosperi (la Repubblica)
Un autogol evitabile
È ovvio che le «squadre» del Pdl agirebbero nel rispetto della legalità e dunque che nulla hanno a che fare con quelle degli squadristi in camicia nera. Ma le parole hanno una storia e un peso. Dunque, in un paese in cui una parte dell’opposizione si ostina non a criticare duramente Berlusconi ma a ritenerlo addirittura come il creatore del nuovo fascismo, il Pdl non poteva cadere in un autogol più clamoroso attribuendo di fatto ai propri militanti la qualifica di squadristi, che suona male anche a voler usare l’espressione, vagamente surreale, di «squadristi della libertà».
Giovanni Belardelli (Corriere della Sera)

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