31 agosto 2010
Che fine ha fatto il ciclismo italiano
Purtroppo non c’è da essere così sicuri che, come invece sostiene Auro Bulbarelli, quello ai danni del ciclismo sia un omicidio soltanto tentato o sfiorato. Semmai questo tentativo è ancora in corso. E poi, omicidio o piuttosto suicidio? La credibilità di questo sport ormai è minata nel profondo, i tifosi quasi non s’azzardano più ad affezionarsi a questo o quel presunto nuovo campione, il rischio che da un momento all’altro saltino fuori un ematocrito troppo alto o i segni di qualche porcheria trovati nel sangue è troppo elevato. Il libro che Bulbarelli ha scritto come atto d’amore verso le due ruote, e che si intitola Fuori tempo massimo (Excelsior 1881, 232 pp., 18,50 euro), ci prova a cercare di capire come e perché si sia arrivati a questo punto, scandaglia nell’anima e nelle viscere di un mondo che in passato ha saputo essere epico e che ora sembra relegato a baraccone, a teatro del grottesco.
Bulbarelli, erede come voce del ciclismo di Adriano De Zan, dopo anni di telecronache nel 2009 si è seduto dietro la scrivania di vicedirettore di Rai Sport. E ha trovato il tempo per scrivere questo che non è né un romanzo né una cronaca, o forse è entrambe le cose. Il pacioso mantovano gioca a carte scoperte e non si lascia andare a negazionismi o moralismi facili.
Il suo libro, che s’articola come una corsa a tappe, comincia con un ventiseienne americano che accende la sua televisione sul Giro d’Italia. È un ciclista che da giovanissimo ha vinto un Mondiale su strada e ora si sta riprendendo da una terribile malattia.
Bulbarelli lo chiama Chris Mooneyham, in realtà si tratta di Lance Armstrong, colui che da lì a qualche anno diventerà il molto discusso dominatore del Tour de France. Mooneyham- Armstrong è incollato davanti agli ultimi sussulti di una tappa di montagna, incantato dalle sferzate di uno scalatore italiano formidabile e sgraziato, uno sgorbio che in salita sa volare. È Raul Belletti. Ossia Marco Pantani, che sta vincendo il suo primo Giro. A lui, a Pantani, l’ultimo grande eroe caduto del ciclismo moderno, da quel momento Bulbarelli dedica ogni riga. Quando parla di doping, di corruzione, quando architetta un finale ucronico in cui il Giro d’Italia si trasforma in una grande corsa per squadre nazionali, quando spiega perché sulla tragica parabola del corridore romagnolo sia ancora necessario porsi interrogativi. Il ciclismo non è ancora morto, dice Bulbarelli, e forse ha ragione. Chi il ciclismo l’ha amato o lo ama ancora questo suo libro dovrebbe leggerlo. Gli farà bene e male insieme.