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31 agosto 2010

Il destino della Lega è l’uninominale

Il Carroccio non salirà sulle barricate per il Porcellum: un’altra legge elettorale è possibile
Non bastano, non basterebbero: se anche si compattassero attorno a una proposta di riforma elettorale compiuta non ce la farebbero. Non basterebbe la somma delle opposizioni, più i finiani, più i dissidenti del Pdl a forzare il quadro e cambiare la legge elettorale senza la Lega: «Ma a noi della Lega non interessa discutere di nuove leggi elettorali. Quanto ai quattro gatti dissidenti nel Pdl, Berlusconi ci mette un attimo a rimetterli in riga», dicono gli uomini di Roberto Calderoli, l’inventore del Porcellum. E, pallottoliere alla mano, lo schema non fa una piega.
Quello tra Lega e legge elettorale è sempre stato, nel corso degli anni, un algido rapporto di mero calcolo e convenienza.
La recente blindatura del Porcellum da parte di Bossi lo conferma. Ma allo stesso tempo nella Lega è maturata lungo un secondo binario – se ne sono già registrati segnali nella scorsa primavera – una convinzione/ convenienza opposta, che porta dritta all’uninominale di collegio: rigorosamente senza il doppio turno. Un’opzione che s’era intravista all’inizio di aprile, nei giorni della bozza Calderoli sulle riforme e che poi, come un fiume carsico, è tornata a nascondersi sottoterra. Ma è sempre lì che sta, quell’opzione: soprattutto nel cuore dei colonnelli del Carroccio, che guardano al loro futuro anche se nessuno di loro osa evocare l’idea una Lega del dopo-Bossi.
Da qualche tempo, è vero, la Lega s’è distinta in un’azione di sostegno e difesa all’arma bianca del Porcellum che negli ultimi anni neppure Calderoli s’era mai sognato di fare. Ha cominciato Bossi il 14 aprile, con un «la legge elettorale non si tocca» in un crescendo di toni culminati con l’inno al Porcellum di qualche giorno fa: «È una legge ottima, anzi perfetta. Ci mancherebbe altro che la cambiamo...
». Bossi, sempre Bossi: su altri temi i colonnelli leghisti si sbizzarriscono in battute, proposte, fughe in avanti. Nel caso della legge elettorale invece è sempre e solo Bossi a parlare. Il Senatùr dice no a modifiche, lo stato maggiore si mette in linea: ma senza grande entusiasmo.
Del resto nel Carroccio, fino a metà aprile, tirava un’aria diversa.
Era stato Calderoli, a corredo della sua bozza di riforme, a proporre alle opposizioni anche una riforma elettorale: «Se ci mettiamo d’accordo sulle riforme istituzionali possiamo anche decidere di affrontare subito dopo la legge elettorale.
Non nella stessa legge di riforma, perché il sistema elettorale non va in Costituzione, ma se c’è l’accordo la si affronta subito dopo». Quale riforma? La Lega non disse mai dove puntava.
Ma non ci vuol molto a capire che, a maggior ragione in una prospettiva post-Berlusconi e post-Bossi, l’uninominale di collegio accrescerebbe il potere della Lega in tutto il nord, rendendola determinante nei giochi nazionali. Ancor più se la Lega – in un futuro senza il Cavaliere e il Senatùr che si tengono in piedi l’un l’altro – si svincolasse dallo schema coalizionale e corresse sola. L’“operazione Calderoli” di aprile fallì nel giro di pochi giorni. La vera proposta di scambio leghista, mai dichiarata, era tra una nuova legge elettorale e il semipresidenzialismo per spedire Berlusconi al Quirinale con l’elezione diretta.
Schema fantapolitico, velleitario e al limite dell’ingenuità. Il Pd di Bersani chiuse la porta da un lato. Fini la chiuse dall’altro: gettando sul piatto come una bomba a mano l’uninominale – col doppio turno – e facendo così insorgere la Lega e Berlusconi.
Da allora tutto è rimasto fermo.
Ma in “Padania”, sottoterra, il fiume dell’inconfessabile voglia di uninominale a misura della Lega continua a scorrere.

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