1 settembre 2010
Venezia riscopre il cinema di ricerca
Da Provost alla leggenda Morrissey i film sperimentali delle sezioni laterali
Se il problema dei festival di cinema in Italia, specialmente quelli spuntati dal nulla negli ultimi anni, è stato quello di darsi una precisa identità, la Mostra d’arte cinematografica di Venezia ha deciso con questa edizione di uscire allo scoperto e proclamare ad alta voce la propria natura di «laboratorio dei diversi linguaggi artistici del visivo», come ha dichiarato il direttore artistico Marco Müller, confermando, come ha aggiunto il presidente della Biennale Paolo Baratta, «il suo specifico ruolo di punta avanzata nella ricerca nel campo del cinema».
Pare una risposta a chi, durante le più recenti edizioni, aveva accusato la Mostra di dare troppa attenzione al glamour e ai tappeti rossi, forse per arginare la competizione del Festival di Roma, e troppo poca alla dimensione artistica dei film in cartellone.
Certamente la selezione di quest’anno sembra più affine alle sensibilità (e alla preparazione culturale) di Müller di quella delle recenti edizioni, sia per quanto riguarda la selezione del concorso principale che soprattutto per quanto riguarda la sezione Orizzonti, in cui sono confluiti film sperimentali di ogni genere e pezzatura, realizzati con le tecniche più diverse: ai lungometraggi si sono aggiunti infatti i mediometraggi e i corti, cui era prima dedicata una sottosezione separata, e ai lavori di finzione si affiancano i documentari e i film “di ricerca” (proprio così li chiama il programma della Mostra, usando quella definizione che in tempi recenti era considerata una parolaccia perché vi veniva associato il marchio d’infamia della scarsa commerciabilità, incompatibile con quel sistema di finanziamenti pubblici al cinema, il cosiddetto reference system, basato proprio sulle passate performance al botteghino dei candidati).
C’è spazio anche per qualche passeggiata da funambolo lungo il crinale sottile che separa il cinema dalle arti visive, una scelta che piacerà alla presidente della giuria Orizzonti, la videoartista e regista iraniana Shirin Neshat, affiancata, fra gli altri, dal nostro documentarista Pietro Marcello, vincitore dell’ultimo festival di Torino con La bocca del lupo, e dal regista indipendente filippino Lav Diaz, noto fra i cinéphile per il suo attento lavoro di ricerca sull’immagine.
Così, accanto ad opere sulla carta più accessibili come La belle endormie di Catherine Breillat che apre la sezione Orizzonti e Oki’s movie del coerano Hong Sang-soo, il cui Hahaha ha trionfato nella sezione “Un certain regard” all’ultimo festival di Cannes, ci saranno opere probabilmente più audaci dal punto di vista della ricerca linguistica: a cominciare dai 16 minuti di Painèis de Sao Vicente de Fora del centenario Manoel De Oliviera, ancora pronto a sorprendere il pubblico come un monello dispettoso, e gli otto minuti di El Pozo di Guillermo Arriaga, lo sceneggiatore preferito da Alejandro Inarritu.
Il bad boy del cinema indipendente americano Vincent Gallo, già presente in concorso, porterà al Lido anche un corto sperimentale con protagonista il figlio di Stallone, Sage, mentre la leggenda indie Paul Morrissey sarà presente con News from nowhere. E sono apertamente (e orgogliosamente) definiti dalla Mostra “film di ricerca” anche Stardust di Nicolas Provost con Jack Nicholson, Dennis Hopper e Jon Voight, e Robinson in ruins di Patrick Keiller, visione assai critica dell’Inghilterra contemporanea cui dà voce, fuori campo, nientemeno che Vanessa Redgrave. Guest star sono i visual artist Douglas Gordon e Isaac Julien, entrambi presenti fuori concorso.
Fra gli italiani ci sono l’impavido Gianfranco Rosi, che l’anno scorso ha vinto Orizzonti con il suo Below sea level, la coppia Isabella Sandri-Giuseppe Gaudino con il tosto (dicono) documentario Per questi stretti morire e Pasquale Scimeca, che subito dopo il passaggio veneziano volerà al festival di Toronto con I Malavoglia. Se, come crediamo, la competitività del cinema, anche quello italiano, potrà essere garantita solo da uno sforzo di rinnovamento espressivo, la Mostra di Venezia si prepara a fare scuola, e noi a trasformarci in alunni diligenti.