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2 settembre 2010

Muore dov’era nato: l’agonia Pdl a Milano

Pessime notizie per la destra milanese sempre più alle corde sul mega-progetto del 2015.
Di tutte le disgrazie che gli sono capitate – e che in gran parte s’è procurato da solo – quella della morte annunciata dell’Expò 2015 che dalla berlusconianissima Milano finirà a Smirne, in Turchia, è forse la peggiore di tutte. Peggio del terremoto dell’Aquila, della festa di Noemi a Casoria, dei rendez-vous con le escort, della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, della rivolta di Fini.
L’Expo dalla Padania all’Asia minore. Un fallimento epico dai forti connotati simbolici, una parabola rovinosa che porta la firma di Berlusconi: che smaschera anni di retorica sul “governo del fare”, straccia le maschere di cartapesta della propaganda, scioglie il cerone su un logoro make-up incapace di coprire le profonde ferite, non più solo le rughe, della carcassa del Pdl del nord.
Ieri il ben informato Italia Oggi ha dato definitivamente per spacciata la celebrazione a Milano di Expo 2015. Smirne, città turca “del fare” assai più efficiente della metropoli del centrodestra meneghina “del parlare”, è pronta a rilevare l’evento, sganciando fior di quattrini di cui la Milano padronal-berlusconiana di Letizia Moratti e la Lombardia pdl-ciellina di Formigoni, gettate sul lastrico da Tremonti, hanno bisogno per sopravvivere.
Smirne s’era attrezzata da tempo a questa eventualità. Al molto fumo del Cavaliere la Turchia non ha mai creduto. Dalle parti dell’antica Bisanzio non c’è voluto molto a capire che le feroci liti sull’Expo italiana scoppiate nel governo, nel Pdl e tra il Pdl e la Lega, dopo mesi di boccheggiamento avrebbero condotto a questo penoso epilogo.
A palazzo Grazioli si dice che il Cavaliere intenderebbe «correre ai ripari». Ma ormai sono troppe le falle nello scafo del governo, della maggioranza e del Pdl che il vecchio Cavaliere dovrebbe riuscire a tappare. Salvare l’Expo, per le risorse che richiede e che Tremonti gli nega, è la più disperata delle imprese.
Forse anche inutile. «Meglio chiuderla ora qui», pensa qualcuno nell’entourage del capo, sperando che l’opinione pubblica dimentichi la figuraccia. Ma il Cavaliere non la pensa così. Dopo il disastro della Moratti sull’Expo e tutto il resto sente aria di catastrofe alle comunali di Milano del marzo 2011 e l’idea di perdere in casa non gli va giù.
«Certo – ipotizza un falco del Pdl – se ci fossero anche le elezioni anticipate, allora il voto sarebbe catalizzato tutto su di lui...».
Può anche darsi. Ma per ora le elezioni anticipate generali non ci sono: quelle comunali invece sì. Il Pd ha preso la rincorsa e punta sull’architetto Stefano Boeri candidato sindaco. Mentre il Pdl annaspa e affonda.
Nato sul predellino di una Mercedes in piazza san Babila, sulle ceneri della milanesissima Forza Italia in quella che è stata per quindici anni la roccaforte elettorale di Berlusconi, il Pdl meneghino sta morendo, consumato da estenuanti guerre intestine. Dallo scontro An-FI-Lega, s’è passati a quello tra Pdl e Lega e poi a quelli all’interno del Pdl: tra laici e cattolici ex forzisti (Romani contro Formigoni), tra gli ex aennini di La Russa e i cattolici non-ciellini della Gelmini (la corrente Nostra Destra contro LiberaMente), tra questi e i pdlciellini di Lupi-Formigoni-Mauro (nessun invito alla Gelmini al Meeting di Rimini dove scuola e istruzione sono il pane quotidiano). Per non parlare dei finiani.
Ammainare la bandiera su Milano non si può, men che mai cedere il sindaco alla Lega. Ma in queste condizioni chi candidare a sindaco? Berlusconi vorrebbe Maurizio Lupi, ma l’idea di un sindaco di Milano e di un governatore lombardo entrambi di Cl trasformerebbe la guerra civile nel Pdl in guerra atomica. Milano, per il Pdl, è già virtualmente perduta. La Lega se ne farà una ragione e Bossi già si frega le mani pensando al premio di consolazione: un colossale bottino di voti di lista a danno del Pdl.
Dopo la caduta di Veneto e Piemonte, le esequie del partito di Berlusconi in Lombardia.

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