9 settembre 2010
L’antipolitica? Colpa della politica
Spero che l’invito del presidente della Repubblica a concentrarsi sull’economia non venga preso come sollecitazione a mettere in secondo piano l’importanza che, in questa particolare congiuntura, riveste la legge elettorale. E, soprattutto, le implicazioni culturali di una discussione aperta e approfondita sulle regole della nostra democrazia.
La legge elettorale è la chiave d’arco di tutta l’impalcatura delle regole democratiche. E parlarne diventa l’occasione anche per modificare il rapporto tra paese e politica, tra cittadini, istituzioni e partiti. Quindi è parte integrante del cambiamento, morale, manageriale, culturale, istituzionale che il paese deve vivere per adattarsi al suo tempo.
Stabilire questo nesso tra regole e sistema dei valori che ispira la vita pubblica è l’unico modo per rendere evidente perché la riforma elettorale dovrebbe interessare i cittadini.
Per fare questo è opportuno e urgente che gli esponenti dei partiti politici a cominciare da se stessi riconoscano che le cose così come stanno adesso non vanno bene. Riconoscano che i cittadini scontenti, disincantati, disillusi hanno delle buone ragioni perché il sistema che loro hanno contribuito a creare e che soprattutto difendono non produce qualità. Che criticare i partiti non è antipolitica o populismo, i partiti devono cambiare e ricucire la frattura tra chi vive di politica e chi alla politica (l’impegno dei vecchi esistenzialisti del Novecento) attribuisce un ruolo importante per dare sapore (senso) alla propria vita. Si tratterebbe di riprendere la strada di fondare forme nuove e più efficaci di rappresentanza politica. Per il Pd dovrebbe significare riprendere la strada della costruzione di un “partito nuovo” e smettere di guardare indietro a rincorrere non si sa bene quale paradiso perduto.
Ma bisognerebbe farlo in modo credibile. I cittadini devono ricevere un messaggio forte: «Voi che siete critici avete buone ragioni per esserlo (riconoscimento) e noi vogliamo capirle (ascolto) e reagire al più presto concretamente, proponendo modalità di funzionamento che riconquistino la vostra fiducia (azione verificabile, leggi, documenti pubblici)». Ma di questo non c’è traccia e, ad esempio, il modo in cui a Milano viene percorsa la delicatissima fase dell’emersione delle candidature a sindaco conferma una gestione ristretta e autoreferenziale della questione, business as usual, in barba a qualsiasi promessa di novità. E questo vale a destra come a sinistra. Le vere ragioni della crescita di sentimenti antipolitici sta nei comportamenti dei politici non nella malevolenza o nell’incultura dei cittadini.
Impressionante che pochi esponenti politici in queste ora si rendano conto della negatività complessiva che il loro “sistema” ha prodotto in questa confusissima estate con l’aiuto determinante del giornalismo militante. Ciascuno pensa per sé e pensa di essere più furbo degli altri o di rafforzarsi delle debolezze altrui. Si generano risse infamanti senza preoccuparsi di chi guarda. Così, a essere ottimisti, si sviluppa “vuoto politico”, quell’assenza di visioni e di credibili soluzioni che determinò il potere deflagrante di Tangentopoli le cui conseguenze stiamo ancora pagando. I sentimenti qualunquistici e antipolitici, quelli che generano astensioni o portano consensi a chi può credibilmente apparire esterno ai vari palazzi, si nutrono di queste evidenze. La crescita dei sentimenti antipolitici è frutto dei comportamenti più che delle affermazioni dei politici e certo non della disinformazione o dell’incultura dei cittadini.
Qualsiasi azienda attraversata da una crisi così profonda si porrebbe il problema di ridefinire le proprie relazioni con il mercato, la propria immagine, per ridarle credibilità e ri-legittimare la propria ragione sociale. Ma i nostri partiti non intendono dar vita a un sistema aperto e continuano ad apparire un sistema chiuso, la partitocrazia. Così nessuno in questi giorni alla riflessione sulla legge elettorale aggancia proposte per fare ordine (e pulizia) nelle forme organizzative delle rappresentanza, i partiti politici per intenderci, cerniera vitale tra società e istituzioni.
Per conquistare “almeno” la credibilità e la affidabilità che hanno le imprese private nel nostro paese! Non è possibile che le organizzazioni politiche non siano sottoposte “almeno” alle regole di trasparenza e correttezza che vengono richieste alle imprese (a partire dai bilanci certificati e dalla Consob). È inaccettabile che chi impone regole agli altri non se ne dia. I partiti sono componenti essenziali della governance democratica e come tali vanno sottoposti a regole, leggi e controlli. Bisognerà pure applicare la Costituzione anche in questo delicato settore! O il richiamo alla Costituzione è solo un grimaldello per scardinare le opinioni altrui?