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22 settembre 2010

«Dall’erede di Kim uno spiraglio di luce»

L’analista Swenson-Wright sullo storico congresso dei comunisti nordcoreani
A Pyongyang amano i misteri. Si dice che Kim Jong-il abbia avuto un ictus. Che sia già pronta la successione. Che l’erede designato sia il più giovane dei suoi figli, Kim Jong-un, che ha un’età compresa tra i 27 e i 28 anni. Martedì prossimo comincia il primo congresso in trent’anni del Partito dei lavoratori della Corea del Nord: potrebbe essere l’occasione per sciogliere alcuni degli enigmi sul futuro nordcoreano. A cominciare da quello del “delfino” di Kim. John Swenson-Wright, esperto di questioni asiatiche del think-tank londinese Chatham House, ci aiuta a fare un po’ di chiarezza.
Cosa ci si deve aspettare da questo congresso del Partito comunista nordcoreano?
Ci sono buone probabilità di assistere all’“incoronazione” del figlio più giovane di Kim Jong-il. È già da molto tempo che se ne discute, nelle conversazioni informali, ma bisogna abituare il pubblico nordcoreano all’idea della transizione. L’aspetto più incerto, da tenere d’occhio, è il “tipo” di endorsement che Kim Jongun riceverà. L’incarico che gli verrà assegnato potrebbe dare qualche indicazione sull’evoluzione che il regime sta attraversando. Un posto di prestigio a cui il giovane Kim può aspirare è accanto al padre, alla guida della Commissione nazionale per la difesa: sarebbe il segnale che la Corea del Nord attribuisce ancora grande importanza al proprio deterrente militare. Credo però che dalla sua nomina ci si debba aspettare un’indicazione diversa: alcuni indizi suggeriscono che la nuova leadership, quando avrà avuto il tempo di affermarsi in modo stabile, avvierà un processo di parziale liberalizzazione e di riforma economica. L’episodio più significativo è stato il ritorno al governo di un ex primo ministro, Pak Pong-ju, che era stato fatto fuori perché ritenuto un sostenitore dell’economia di mercato. Secondo le speculazioni di questi mesi, il figlio di Kim sarebbe un leader potenzialmente più aperto al compromesso.
Si dice soprattutto che è un leader inesperto: la transizione passerà per qualche forma di “governo collegiale”?
Il congresso dei prossimi giorni sarà proprio il tentativo di rassicurare le élite sulle capacità dell’“erede”. Kim Jong-il fu designato come successore di suo padre all’inizio degli anni Ottanta, quando era quasi quarantenne: passarono quattordici anni prima della morte di Kim Il-sung, durante i quali ebbe tutto il tempo di prepararsi. Il giovane Kim adesso ha 27 o 28 anni: di lui sappiamo solo che assomiglia al padre, anche politicamente, e che ha studiato in Svizzera e parla un buon inglese. È probabile che, quando morirà l’attuale leader, si assisterà a un periodo di “reggenza” del cognato di Kim Jong-il. Quello nordcoreano è un sistema estremamente personalistico, e il principio ereditario è abbastanza affermato. Ma sarà inevitabile che il successore si circondi di consiglieri più esperti di lui.
Qual è l’orizzonte temporale?
Difficile fare una previsione, dipende dalla salute di Kim. Per quanto ne sappiamo le sue condizioni sono abbastanza precarie. Il congresso del partito è stato rinviato di alcune settimane: si è pensato subito che dipendesse da un peggioramento del presidente, anche se è più probabile che sia stato per colpa delle inondazioni e delle cattive condizioni climatiche. Di certo non abbiamo a disposizione dei bollettini medici per farci un’idea più chiara. Guardando al passato, però, possiamo immaginare che la transizione sarà un processo lento, che si svolge nell’arco di diversi anni.
E i militari? Rimarranno ad assistere alla successione senza intervenire?
La domanda da porsi è: cosa ci guadagnerebbero i militari destabilizzando il regime? Sarebbe enormemente rischioso. La successione ereditaria riscuote un notevole consenso presso il popolo: anche se il sistema è autoritario, il governo ha bisogno di una qualche legittimazione popolare. E poi ci sarebbero le pressioni internazionali, dalla Cina e dall’occidente: il governo finora le ha gestite piuttosto bene, perché correre rischi?
A proposito di Cina: poche settimane fa il “Caro leader” ha portato suo figlio a conoscere i vicini cinesi. Come reagirà Pechino alla successione?
Pechino vuole prima di tutto la stabilità interna del proprio vicino. Se il regime dovesse cadere, si aprirebbe un problema di immigrazione enorme al confine tra i due paesi. Ci sono poi i notevoli interessi economici che la Cina coltiva a Pyongyang. Una crisi spianerebbe la strada per l’infiltrazione economica e politica della Corea del Sud, con o senza l’appoggio americano. I cinesi non amano l’abitudine nordcoreana di creare tensione nella regione; ma di certo preferiscono poter esercitare la loro pressione su un governo stabile, piuttosto che trovarsi a gestire una situazione di instabilità. Un buon esempio è la reazione di Pechino all’affondamento di una nave sudcoreana nel marzo scorso: avrebbero potuto imporre ai nordcoreani di sedersi ad un tavolo di trattative col Sud, ma hanno preferito rinnovare il loro sostegno alla leadership attuale, magari facendo pressione “dietro le quinte”.
Dopo l’affondamento di marzo, gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni a Pyongyang. Cosa si deve aspettare la comunità internazionale dal congresso della settimana prossima? A quali “segnali” si dovrà prestare attenzione?
Sarà importante il linguaggio utilizzato per descrivere le relazioni tra il Nord e il mondo esterno, i riferimenti alla “continuità” del regime e qualsiasi indicazione che c’è la volontà di sedersi a discutere con gli Stati Uniti. Ci sono già indizi che Pyongyang sia disposta a riaprire i contatti sulle questioni militari: la recente visita dell’ex presidente Carter ha dato l’impressione di una maggiore disponibilità al dialogo. Soprattutto però il congresso sarà l’occasione per ottenere visibilità e per far conoscere il nuovo leader.

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