9 ottobre 2010
Nuova destra
Noi futuristi, più avanti di Fini
Era “a porte chiuse”, ma anche molto aperta sul piano della franchezza di confronto e di discussione, la riunione sulla prima elaborazione di un “documento politico- culturale” elaborato da alcuni intellettuali e studiosi più o meno informalmente vicini a Futuro e libertà tenutasi a Roma, nella mattinata del 6 ottobre a Palazzo Marini.
Per la verità, la stampa e i mass media avevano alquanto esagerato, e più o meno intenzionalmente distorto, il carattere di quell’appuntamento.
Si era parlato di un “manifesto futurista”, implicitamente ironizzando sul nome del possibile nuovo schieramento politico, “Futuro e libertà”, e sulle quanto meno remote ascendenze dell’ispirazione culturale di alcuni partecipanti a quell’impresa: il movimento marinettiano, appunto. Per la verità, comunque, di Marinetti e di intenzioni di ritorno all’uccisione-delchiaro- di-luna (e tantomeno poi alla guerra-igiene-del-mondo) non si è fatto granché parola.
Non troppi i politici “finiani” presenti: giusto Flavia Perina e Fabio Granata tra i parlamentari di origine missina, insieme con Luciano Lanna; ha partecipato ai lavori anche Valditara, mentre si è affacciato Della Vedova e si è assunto spesso il ruolo di “controcanto” il fuorischema Umberto Croppi, assessore alla cultura della giunta Alemanno ma notoriamente portavoce d’istanze venate di libertarismo gauchiste.
D’altronde, Croppi è un ex collaboratore di Marco Tarchi, nell’interessante pattuglia di giovani prima missini “eretici” e poi animatori del gruppo della “Nuova Destra” fra anni Settanta e anni Ottanta. In effetti, l’autorevole ombra dello “scienziato della politica” dell’Università di Firenze, Marco Tarchi appunto, aleggiava nella sala di palazzo Marini. La bozza di «Appello agli intellettuali italiani per un nuovo impegno politico-culturale», documento proposto come base per un laboratorio politico promosso dalle tre organizzazioni “Forum delle Idee”, “Fare futuro” e “Libertiamo”, recava tra le righe impresso un sigillo “post-tarchiano” piuttosto forte, garantito forse dalle penne congiunte di due ex-tarchiani, la finissima grecista Monica Centanni (che, ad onta delle sue origini missine, è molto appressata da Luciano Canfora, personaggio senza dubbio insospettabile sotto questo profilo) e il bravo Peppe Nanni, avvocato lombardo di buona e non consueta preparazione culturale. Assente invece, tra gli universitari ispiratori del progetto finiano, Alessandro Campi, impedito da gravi motivi familiari.
Un documento denso, ben strutturato, dalla chiara articolazione in quattro punti: un preambolo sul “metodo” e tre riflessioni rispettivamente dedicate al piano politico-sociale, a quello politico-istituzionale (corredato da una lucida riflessione sul “repubblicanesimo” e il “patriottismo repubblicano” firmata da Gianluca Sadun Bordoni, dell’università di Teramo) e a quello politico- culturale (incentrato sul “modello italiano”).
Al vivace dibattito avviato su questa bozza di documento – della quale tutti hanno concordemente sottolineato il carattere provvisorio e “aperto” – ho avuto modo di prender parte anch’io, invitato in qualità di discussant. Debbo dire che nulla c’è stato di “prevedibile” e di “scontato”: non stupisce né che gli estensori e i collaboratori del documento presentato si sentissero a disagio nella Destra del Popolo delle libertà alleato della Lega, né che non abbiano più intenzione di venir confusi con i raccontatori di barzellette e con i consumatori di polenta e coda alla vaccinara.
Si è parlato del rapporto tra federalismo “solidale” e repubblica presidenziale (questa considerata conditio sine qua non di quello); di necessità del recupero del senso dello stato in un paese che appare segnato da una sfiducia e da un’insicurezza diffusa, frutti senza dubbio del difficile momento attuale ma anche di una crisi morale e culturale uscire dalla quale sembra ormai necessario del urgente; del bisogno di un approccio critico (non celebrativo né “revisionistico”) al Centocinquantenario dell’unità e quindi alla storia dell’Italia unita; al suo ruolo attuale in rapporto all’alleanza atlantica e all’unità europea (con l’inevitabile corollario della preoccupazione per la scomparsa del dibattito sulla politica estera, sintomo del resto della consapevolezza della non-indipendenza del nostro e degli altri paesi dell’Unione europea, soffocati dal rapporto con la Nato, espropriati del diritto di guardare autonomamente alla politica mondiale e di quello a un’autonoma difesa militare); della necessità del rilancio non solo della solidarietà, ma altresì di uno “stato sociale” che troppo frettolosamente il centrodestra ha sembrato voler accantonare; delle necessarie prospettive legate allo ius soli e all’accoglienza degli extracomunitari, un tema sul quale i “finiani” sembrano irreversibilmente orientati in una direzione salutarmente opposta rispetto al restante centrodestra.
Tra gli studiosi e gli intellettuali più spesso evocati e citati vanno ricordati Schmitt, Gentile, Gramsci, Hannah Arendt, Luigi Pintor, Cacciari, ma anche Roberto Esposito per il suo recentissimo libro sull’«eccezione filosofica italiana» rispetto al panorama del pensiero europeo.
Restano, certo, molti dubbi. Che tipo di coerenza si può stabilire tra gli umori molto liberi e sovente “libertari” (sovente ben poco “di destra”) affiorati in questa discussione e l’esplicito ancoraggio “a destra” del leader del nuovo schieramento, che a quel che pare continua a sognare il “partito liberale di massa” e che in molte esternazioni si lamenta addirittura dell’impostazione non sufficientemente atlantista e occidentalista di Berlusconi, dando quasi l’impressione di candidarsi a sostituirlo come uomo di fiducia della Casa Bianca? Che cosa significa lo scarso rilievo accordato in sede di discussione a temi come la bioetica, se non una forte incertezza sul rapporto da impostare con la Chiesa? E insomma, in ultima analisi, che cosa può venir fuori dalla patente contraddizione di un gruppo che proclama sui suoi organi di stampa di «vergognarsi di aver sostenuto Berlusconi » (ed era l’ora che lo dichiarassero…), ma i deputati del quale, pochi giorni dopo quella dichiarazione, ne salvano il governo in parlamento? La prima dichiarazione è chiara e sincera, in linea di principio; la seconda soluzione è comprensibile, in linea tattica. Ma sta di fatto che non possono stare insieme.
Il 7 novembre prossimo ci sarà l’incontro di Perugia, che forse appianerà qualche contraddizione. Per il varo del nuovo partito, se ci sarà, si dovrà aspettare l’anno nuovo. Allora, vedremo se davvero Gianfranco Fini è intenzionato, stavolta, ad accordare spazio agli intellettuali e agli studiosi nella compagine politica da lui guiderà.
Di solito, al riguardo si è sempre dimostrato freddino. Che abbia finalmente capito che è importante, per una forza politica seria, avere se non altro una politica culturale? Ma, rispetto all’attuale momento politico, al parlamento che continua a esser popolato di nani e ballerine che rifuggono perfino dai bignameschi quiz loro proprosti dalle Iene e allo stesso prevedibile livello dell’eventuale “popolo di Futuro e Libertà”, la bozza del documento di Palazzo Marini – che parla addirittura di Paideia, dottamente citando Vernant – non sarà un po’ sopra le righe?