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16 ottobre 2010

L’università di Eco, gli operai di Asor Rosa

Il futuro dell’università
Il dibattito sul futuro dell’università continua a tenere banco sui quotidiani. La Stampa intervista il rettore della Statale di Milano e presidente della Crui, Enrico Decleva: «Con il taglio previsto nel 2011 le università non avranno i soldi per pagare gli stipendi di chi già lavora con regolare contratto». Altre voci «subiscono tagli insopportabili». Ad esempio, le borse di studio per i capaci e meritevoli; ad esempio i contributi alle università private...La Conferenza dei rettori – che «aveva valutato positivamente la riforma Gelmini, perché fa fare al sistema universitario un passo avanti allineandolo al resto d’Europa» – oggi con Decleva afferma: «A questo punto, tutti hanno ragione a protestare. Il governo dovrebbe intervenire al più presto». In un unico modo: «Reperire al più presto ciò che serve».

Riforma Berlinguer
Importante anche il contributo di Umberto Eco in prima pagina su Repubblica (in realtà stralcio di un ampio saggio pubblicato da Alfabeta2). Premessa: «La classica laurea quadriennale italiana, con una tesi finale che talora (anche se non sempre) poteva tener testa alle tesi di PhD di altre università, era un unicum italiano». Ecco perché, spiega Eco, «non era assurdo che, con la riforma Berlinguer, si tentasse una equiparazione dei titoli e dei periodi di studio. La riforma era inoltre partita dalla persuasione che in Italia il numero degli studenti iscritti che non si laureavano fosse alto perché la laurea quadriennale, con il fantasma della imponente tesi finale, incoraggiava gli abbandoni o quei fuori corso chiamati “studenti in sonno”. Ora si scopre che gli studenti italiani tardano anche a terminare il triennio. È una iattura, di cui andranno meglio analizzate le cause, ma di cui non è responsabile il sistema 3+2». Piuttosto è responsabile un insensata interpretazione restrittiva dei crediti e la storia grottesca (rispetto al mondo) del titolo di “dottore”. Finalmente.

L’era senza Cristo
Alberto Asor Rosa torna su un tema che lo appassiona da mezzo secolo (o giù di lì). E il manifesto intitola il suo commento: “Il lavoro nell’era senza Cristo”. Scrive Asor: «Se passa la prospettiva Marchionne non sola la condizione operaia peggiorerà intollerabilmente – il che, forse, qualche considerazione “umanitaria” dovrebbe sollevarla, o no? – ma scompariranno dalla scena sia l’ipotesi solidaristica e riformistica (la ridistribuzione politico-sociale della ricchezza) sia l’ipotesi ecologista (la conversione ambientale del sistema produttivo), per non parlare, ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè, dell’operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come l’operaio occidentale a patto che intanto l’operaio occidentale non sia stato ridotto nelle condizioni dell’operaio cinese). Nel frattempo, dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro completa mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta una battaglia generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri diritti, la prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo formalmente) più libera ed eguale. Per una volta tanto diciamo, rischiando l’enfasi, che la “condizione operaia” è anche la nostra condizione, ne è anzi il presupposto, politico e civile. Dopo si potrà ragionare più ordinatamente sul “che fare”. Ora si tratta di dire con chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si deve fare».
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