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30 ottobre 2010

Mammuth, il precario

L’odissea di un grande Depardieu a caccia dei contributi per la pensione
Ancora una volta è la Francia, dopo Risorse umane e A tempo pieno di Laurent Cantet e Louise-Michel di Benoît Delépine e Gustav Kervern, a mettere la crisi del lavoro e le preoccupazioni dei lavoratori al centro del cinema europeo. Con Mammuth, diretto sempre da Delépine e Kervern, si parla soprattutto di previdenza sociale, o meglio della sua latitanza, in un universo di precarietà.
Il protagonista, che si chiama Mammuth sia per le sue dimensioni elefantiache, che perché guida una nostalgica Munch Mammuth anni ’70, che soprattutto perché è un dinosauro reduce da un’epoca che non esiste più – quella della pensione garantita – è un operaio che ha lavorato per tutta la vita, sempre con incarichi a termine, e che passati i sessant’anni si ritrova a dover ricostruire pezzo per pezzo il puzzle della sua complicata posizione contributiva, in un momento in cui la legge statale e l’inclinazione individuale consentono a chi ha il coltello dalla parte del manico (il verbo non è scelto a caso) di sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti dei sottoposti.
Dunque Mammuth intraprende un viaggio omerico alla ricerca dei suoi contributi mancanti, che si trasforma in un iter di conoscenza di sé e di presa di coscienza non solo della situazione attuale in cui verte il mondo, soprattutto quello della (dis)occupazione, ma anche delle priorità che ciascuno di noi deve mantenere nella vita, vieppiù quando tutto intorno ti inchioda al cumulo di scartoffie che dovrebbero rappresentarla.
Lungo la strada Mammuth incontrerà un’umanità molteplice, fatta di datori di lavoro sfuggenti o del tutto scomparsi (memorabile la scena in cui un mulino è stato riconvertito in un’azienda creatrice di siti che risponde ai suoi clienti solo tramite pagina web o, al massimo, tramite il citofono esterno della ditta), di giovani inveleniti dalla mancanza di lavoro e dalla prospettiva di non avere alcuna pensione quando a loro volta invecchieranno, e di outsider che, rifiutando in blocco la logica del mercimonio, si ritrovano ai margini di un universo impostato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La critica sociale di Delépine e Kervern non si limita ai rapporti fra datori di lavoro e lavoratori, ma si estende (come accade nella realtà) a tutti i rapporti interpersonali, compresi quelli familiari, sia fra Mammuth e la moglie (interpretata da Yolande Moreau, una delle migliori attrici del cinema francofono, già protagonista di Louise- Michel e del recente Seraphine), inacidita proprio a causa della frequentazione quotidiana con il mondo gretto e irriconoscente del lavoro, sia fra genitori e figli, contrapposti dalla spietatezza di quello stesso mondo che mette le generazioni le une contro le altre, in modo che non possano coalizzarsi contro il nemico comune. C’è anche una grande attenzione alla perdita dell’amore per il proprio lavoro, che ha animato Mammuth per tutta la sua non brillante carriera e che manca completamente alle nuove generazioni, proprio a causa di quell’assenza di riscontri e di riconoscimento della dignità di ogni singolo lavoratore.
Mammuth ha il grande pregio di essere un film totalmente fisico su una questione che solo chi non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena può trattare come puramente accademica: la fisicità debordante di Gerard Depardieu, straordinario e commovente nel ruolo del titolo che sembra scritto apposta per lui, ma anche l’inutile concretezza delle certificazioni contributive cartacee (quelle elettroniche faranno ancora più in fretta a scomparire, in un futuro prossimo venturo), che Mammuth in una scena da antologia alterna alle fette di prosciutto per confezionarsi un surreale sandwich accomunando nel modo più concreto i proventi del proprio lavoro con la sostanza del pane quotidiano. Un’immagine che, tra l’altro, serve anche a ricordarci che, contrariamente a quanto sostengono i teorici alla Tremonti, la cultura, anche quella cinematografica, si mangia, e può dare da mangiare.
L’unica nota stonata del film riguarda la presenza di un’immarcescibile Isabelle Adjani nel ruolo della fidanzatina di Mammuth, morta giovanissima e da quel momento chiamata ad incarnare lo spirito di gioventù del protagonista, già sufficientemente rappresentato dalla moto del titolo e ancor di più dallo sguardo infantile di Depardieu, irresistibile nella sua pachidermica determinazione a mantenersi puro come un bimbo in questo universo di cartacce e assortita mondezza.

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